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A volte il destino… ogni tanto mi piace dire che “Nasco maestra d’asilo” che è così lontano dalla professione che ho svolto per tutta la vita da risultare quasi incredibile.
Volevo fare la fisioterapista. Ma ai tempi solo a Bologna ci si poteva diplomare e in famiglia l’idea che andassi a studiare a Bologna non era contemplata, così ripiegai su una scuola magistrale e finii ad insegnare in una scuola materna.
All’inizio solo per ottenere un po’ di punteggi in provveditorato. Non prendevo una lira, ero stata inserita come insegnante di appoggio ad un bambino handicappato. Era spastico ma bellissimo il piccolo Chicco. Aveva quasi 5 anni. I bambini mi piacevano, ero anche brava, sapevo cantare, credo di essere stata di aiuto alla maestra di ruolo. Oltre a non guadagnare niente un bel giorno al provveditorato decisero che dovevo pagarmi pure i pasti. Che decisione stolta. In quel momento avevo molti ripensamenti perché il lavoro era faticoso ma soprattutto rimanevo spesso senza voce. Corde vocali un po’ deboli. La gestione di Chicco era impegnativa ma gratificante ricordo i piccoli progressi che faceva, mi riempivano d’orgoglio. Però questa cosa che non mi veniva riconosciuta nemmeno la possibilità del pasto gratis non la mandai giù. (Che gioco di parole) così decisi che avrei fatto altro nella vita… e andai a fare un corso di libri paga in una scuola privata cittadina “il Bolaffio”

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Qui è dove tutto è cominciato. In questo immobile fatiscente e abbandonato ad un triste destino, c’era una delle scuole private più frequentate dai parmigiani. “Il Bolaffio” era una istituzione, quasi tutti hanno frequentato almeno un corso in questa scuola: dattilografia, libri paga, contabilità, stenografia, lingue ecc. ai tempi questo serviva se volevi entrare in un ufficio come impiegata. Io, che dopo la mia esperienza fallita in una scuola materna, ero in un limbo di dubbi ho deciso di frequentare il corso di libri paga (e dattilografia che male non fa). Mentre seguivo questi corsi serali di giorno facevo la baby sitter a due bimbi i cui genitori lavoravano. Esperienza meravigliosa. Mi si è aperto un mondo perché ho scoperto che imparare tutto quello che ruotava intorno alla elaborazione delle buste paga mi piaceva. Il mio insegnante era molto bravo a spiegare e mi trovai benissimo. Ero la sua “allieva” migliore così mi disse quando mi spiegò che, se volevo, mi aveva trovato un impiego. Non me lo feci dire due volte, mi recai per un colloquio presso la azienda che aveva bisogno di sostituire una dipendente in maternità e fui assunta subito in quello che era il mio nuovo percorso. In quel momento non sapevo che questo avrebbe cambiato per sempre il mio futuro professionale e nemmeno che un giorno sarei tornata in quella stessa scuola come docente. Piccola nota a margine: la fidanzata dell’insegnante del Bolaffio (che poi diventò sua moglie) lavorava come maestra di scuola materna nella stessa scuola dove ero stata una volta diplomata. Sempre il destino…

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L’inizio della mia vita professionale è iniziata in una normale ditta che aveva bisogno di calcolare qualche busta paga?
No, in un Centro di Elaborazione Dati che occupava un intero piano del palazzo.
Cosa ha significato questo? Che ho avuto la possibilità di imparare un sacco di cose, paghe di ogni settore merceologico, imparare a fare contabilità anche in partita doppia, dichiarazioni dei redditi. Un lavoro che permetteva autonomia, contatto con il pubblico, tante responsabilità e tanto impegno lavorativo.
In alcuni periodi ho lavorato anche dopo cena, sabati, domenica. Un lavoro gratificante ma molto complicato, pieno di scadenze.
Per fortuna al rientro della persona in maternità il contratto mi è stato rinnovato anzi, con la mia collega, abbiamo deciso di provare a sostenere l’esame di Stato per diventare Consulenti del lavoro. È stato difficile lavorare e studiare contemporaneamente, non bastava la pratica, occorreva conoscere leggi, normative, diritto del lavoro ecc. però ci siamo messe di impegno per riuscire ad ottenere il titolo professionale.
Ho avuto, fino all’ultimo, il timore di non potere essere ammessa all’esame a causa di un problema relativo al titolo di studio che pareva non essere sufficiente essendo diploma triennale e non quadriennale. Dovetti fare ricorso e solo pochi giorni prima dell’esame seppi di essere stata ammessa alla prova scritta. Superata questa potei sostenere la prova orale e finalmente arrivò la lettera dell’esito dal Ministero! Ero Consulente del Lavoro! Fra l’altro proprio in quell’anno la legge di Ordinamento della professione di Consulente del Lavoro cambiò e noi di quella sessione d’esame fruimmo di un regime transitorio. Se non fossi passata all’esame non avrei più potuto ripeterlo. Anche questo è destino, se avessi aspettato un po’ a decidere di sostenere questo esame la mia vita avrebbe preso una piega diversa. Un altra “sliding door”.

Continuai a lavorare nel Centro di elaborazione dati perché nel frattempo la capoufficio rimase a casa in maternità. Non c’erano i computer. C’era un grande calcolatore che occupava una intera ala dell’ufficio e tante impiegate che perforavano schede e programmatori (geni assoluti) che stabilivano i calcoli che quel mostro elettronico doveva digerire per restituire elaborati leggibili. Ma tutto questo lavoro serviva solo per le contabilità. Le paghe si facevano ancora a mano: addizioni, moltiplicazioni e metri e metri di rotoli di calcolatrice arrotolati a terra.
Io, che nel frattempo, avevo scoperto che avevo grande attitudine per tutto ciò che era elettronico e di ragionamento, riuscii a convincere il titolare ad acquistare una calcolatrice Olivetti che permetteva di effettuare un minimo di programmazione in autonomia. Alcune formule che stabilivano somme, percentuali, divisioni, sottrazioni per ottenere una busta paga semi automatizzata.
Già un passo avanti.
Lo step successivo fu acquistare un elaboratore a schede magnetiche per permettere di archiviare i dati mensili al fine di ottenere una rendicontazione periodica dei dati. Un altro passo avanti.
Sembra semplice detto così, purtroppo era tutto molto complicato, ogni tanto le schede si smagnetizzavano, le programmazioni andavano riviste, ogni cambio di normativa mi rubava ore e ore per adeguare tutto. Uno sbattimento infinito.
Ero diventata il “pilastro portante” del settore paghe, questo comportava una grande responsabilità, che a volte non mi faceva dormire di notte ma, viceversa, non c’era un adeguato ritorno economico e soprattutto di gratificazione personale indispensabile per continuare ad occupare serenamente il mio ruolo. L’ingresso di nuove figure e modifiche di assetti ai vertici mi convinsero che era indispensabile un cambiamento. Così decisi 6 anni dopo l’inizio del mio impiego e 3 anni dopo il mio nuovo titolo di Consulente del Lavoro di intraprendere la strada della libera professione senza certezze, senza pianificazione, senza clienti, un vero salto nel vuoto.

IMG_6291Saturno di passaggio sulla mappa astrale scompiglia tutte le cose e le consolida. In quel periodo mi sposai (con il mio primo marito) mi licenziai, traslocai nella mia nuova casa. Proprio in una stanza di quella casa, con una scrivania e un piccolo spazio in un armadio iniziai la mia attività professionale. Non avevo un solo cliente e mio marito era un dipendente con un normale stipendio, dovevo lavorare e portare a casa uno stipendio anch’io. Così cercai un lavoro per potere avere una entrata fissa intanto che aspettavo di trovare qualche cliente. Vi chiederete perché non mi sono tenuta il mio vecchio lavoro, ma perché naturalmente avrei fatto loro concorrenza, era ovviamente impossibile. Mi vanto di aver tenuto un comportamento deontologicamente ineccepibile non contattando nessuno dei loro clienti, nemmeno quelli che facevano riferimento esclusivamente a me, tipo le aziende edili, di cui mi occupavo in modo esclusivo. Confesso che quello è stato uno dei periodi più neri della mia vita, l’incertezza e il timore di aver sbagliato a fare un salto nel buio, minava la mia serenità. Durante il primo colloquio di lavoro, presso lo studio di una commercialista, feci un figurone. Davvero un figurone, tanto che mi dissero che io ero “troppo” davvero troppo qualificata per quel lavoro e sicuramente per me sarebbe stato frustrante lavorare gestendo una rete di persone in varie città che vendevano porta a porta articoli di abbigliamento sportivo. (Il medioevo delle influencer)
Tornai a casa triste.
Però, dopo due giorni, mi chiamò la commercialista e mi propose di fare qualcosa nel suo studio, forse vide in me potenzialità. Pur di non starmene a casa a piangermi addosso accettai.
Ma quella novità durò solo due settimane. La ditta per cui la commercialista aveva fatto selezione si era già giocata l’impiegata appena assunta che non aveva superato il periodo di prova così, nonostante io fossi “troppo”, decise di assumermi.
Iniziai a lavorare in un settore che non conoscevo, con regole che non conoscevo e con persone che non conoscevo.
Lavoravo tutta la settimana, avevo finalmente due piccole ditte con un dipendente e il sabato andavo ad aiutare il mio insegnante del Bolaffio (ricordate?) ad elaborare parte delle sue paghe. Un giorno lui ricevette una richiesta da una associazione che gestiva scuole materne (il destino ricordate) mi chiese se volevo farle io perché lui non poteva. La ditta aveva 20 dipendenti ed era un settore che lui non conosceva. Ovviamente accettai e corsi a comprare il contratto FISM scuole private e me lo studiai a menadito. Adesso si trova tutto on-line ma ai tempi… A quella seguì un’altra opportunità. Uno studio di avvocati (ancora un incastro del destino perché è proprio da questo studio che uscirò dopo la separazione dal mio ex marito e sbatterò casualmente contro a quello che è adesso mio marito, un’altra “sliding door”) la responsabile a tenere i rapporti con me era una ragazza più grande di me, una forza della natura. Una amicizia che durerà negli anni. Lei è la sorella di una persona che conoscete tutti: quel Mauro Coruzzi che ascoltavo per radio quando studiavo… Platinette per la TV. Un’altra sfaccettatura del destino.
La ditta dove lavoravo aveva una gestione non troppo oculata, mi accorsi che qualcosa che non andava, ne parlavamo io e la ragazza che si occupava della contabilità, quella ragazza che ancora oggi è una amica e ha intrecciato la sua vita professionale con la mia per un lungo periodo.
Per farvela breve la ditta era destinata a chiudere così dopo un anno mi dovetti cercare un altro lavoro, part-time questa volta, perché intanto i miei clienti aumentano e dovevo dedicare più tempo alla mia attività professionale. Trovai un lavoro in una ditta di progettazione: avevano bisogno di qualcuno che facesse contabilità in partita doppia. Io l’avevo imparata e questo mi venne in aiuto.
Ricordo con piacere questo impiego. Il titolare era un po’ imprudente, così imprudente che cadde dentro ad un tombino aperto in un cantiere rompendosi l’omero, così diventai in un attimo Consulente del Lavoro, impiegata e autista privata del capo. La sua auto, una Alfa Romeo con un super motore turbo, mi darà grandi soddisfazioni e mi farà capire quanto le macchine potenti mi piacevano. Il primo giorno ho rischiato di mettermela in testa in tangenziale ma questa è un’altra storia.
Nel frattempo, per cogliere tutte le opportunità della vita professionale, accettai di diventare docente presso il Bolaffio. Insegnavo Libri Paga e la cosa mi piacque moltissimo! Adoravo insegnare.
Arrivò un momento però che i miei clienti aumentando non mi lasciarono più lo spazio per continuare il lavoro part-time. Salutai a malincuore tutti quanti, non prima di aver trovato degna sostituta e diventai a tutti gli effetti solo una libera professionista. Le cose semplici ancora non facevano per me per cui mi accordai con uno studio di commercialista che decise di affidarmi le paghe dei suoi clienti e mi mise a disposizione una stanza nel suo grande studio per elaborarle. Nel frattempo traslocai nell’ufficio sopra la ditta di mio padre (ricordate?) e avevo un ufficio tutto per me, così gestivo le mie ditte in un luogo e le altre in altro luogo. È a questo punto che iniziò a lavorare per me la mia prima impiegata. Scelta fra le ragazze che facevano il corso di paghe.
Dopo un po’ di tempo mi separai dal mio primo marito e visto che i cambiamenti non vengono mai da soli un collega, che se ne fregò altamente della deontologia professionale, offrì al commercialista di elaborare le sue paghe per un prezzo inferiore. Il commercialista non ci pensò due volte così, con una decina di ditte in meno, me ne tornai nel mio ufficio a leccarmi le ferite.
Ma non mi è mai piaciuto piangermi addosso per cui voltai pagina e mi rimboccai le maniche.

Il destino dei Consulenti del Lavoro, che non si occupano anche di contabilità, è quello di collaborare con commercialisti che si occupano di contabilità ma non di paghe e materie Giuslavoristiche. Un binomio perfetto, ognuno serve all’altro e non si pestano i piedi a vicenda. Io ho collaborato con parecchi professionisti e con molti di loro si è creato un rapporto di amicizia che dura ancora.
Uno di questi rapporti di reciproco aiuto mi è servito in un momento in cui ero in una fase transitoria. In quel tempo tutte le elaborazioni erano fatte a mano. Ormai però erano in commercio i primi PC anche se avevano prezzi decisamente elevati. Elevato era pure il costo della stampante ad aghi che serviva per stampare i cedolini paga e la modulistica connessa, ma soprattutto molto elevato era il costo del programma per elaborare le paghe. Prima di scegliere di acquistarne PC, stampante e programma decisi di andare ad elaborare le paghe presso un commercialista che aveva più postazioni ed utilizzava il programma Teamsystem. Ricordo che con la mia impiegata preparavamo gli elaborati in ufficio secondo un prospetto che avevo ideato, poi andavamo a Sant’Ilario a circa 10 chilometri da Parma (perché io le cose facili mai) una o 2 volte al mese per inserire le paghe a PC e stamparle. Qui ho conosciuto una impiegata di quel Commercialista con la quale è nata una amicizia e che oggi leggerà questo racconto perché mi segue sui social. Certi incontri restano per sempre nel cuore e nella mente. Lei fa parte di questi incontri del destino.
Sempre per non farci mancare proprio niente in quel periodo venne deciso che il ponte sull’Enza, sul quale occorre passare per arrivare a Sant’Ilario da Parma, aveva bisogno di manutenzione importante. I lavori obbligavano i viaggiatori a procedere su un unico senso di marcia alternato con il semaforo poco prima del ponte. Così il nostro tragitto diventò una specie di calvario ma intanto si chiacchierava.
Arrivò comunque anche per me il momento di investire seriamente sull’occorrente per l’elaborazione delle paghe in autonomia. Niente più corse da un ufficio all’altro, niente più trasferte in auto, niente più appoggi in uffici di altri. Finalmente il mio ufficio, finalmente la tranquillità di un luogo tutto mio. Inutile dirvi quanto mi appassionai all’utilizzo di un PC, presto diventai una specie di “beta tester” per gli aggiornamenti del programma Teamsystem. Quando qualcosa non girava come avrebbe dovuto chiamavo l’assistenza e avendo con le ragazze addette al front Office un ottimo rapporto cercavamo insieme una soluzione. Più volte trovai il modo di aggirare un ostacolo apportando modifiche in anteprima. Anche con le ragazze dell’assistenza si creò un meraviglioso rapporto e in più occasioni ci trovammo fuori per un pranzo o una cena. Ricordo ognuna di loro con affetto.
Uno degli obblighi della mia professione era il contatto con gli uffici pubblici: INPS, INAIL, Ispettorato del Lavoro ecc. spesso si trovano impiegati in questi uffici non troppo collaborativi però devo dire che riuscii a rapportarmi con loro in modo amichevole ma assolutamente professionale. Non ho mai avuto problemi a far valere le mie ragioni in sede ispettiva e ad ottenere assistenza quando richiesto. Credo che il modo di pormi, con il sorriso, con pazienza, con rispetto mi abbiano aiutato. Ma soprattutto mi supportava una profonda conoscenza della materia che era indispensabile per rendermi credibile.
Il passaparola in una attività professionale è importante, ormai i clienti arrivavano senza che io dovessi cercarli, ormai serviva altro personale a gestire il lavoro e soprattutto un ufficio più grande. Così quasi contemporaneamente al trasloco nella nuova casa in Via Emilia con mio secondo marito, traslocai anche l’ufficio assumendo altre impiegate, attingendo sempre dalle partecipanti al corso di paghe al Bolaffio.
Non dimenticai mai che ero una donna, che le mie impiegate erano donne, quindi il sabato era sacro, uscire ad un orario umano era sacrosanto, lavoro e impegno erano importanti ma altrettanto lo era mantenere uno sguardo verso la qualità della vita accettabile.
Con i colleghi avevo un buon rapporto, non mancavo mai di partecipare agli incontri mensili di categoria.
In quel periodo il mio vecchio insegnante del Bolaffio che si occupava anche di esporre le novità a noi colleghi durante questi incontri pubblici mi chiese di dargli una mano a preparare gli argomenti degli incontri e se me la sentivo anche a relazionare su alcuni argomenti. Insegnavo no? Doveva essere facile per me. Ecco in effetti sembrava facile, ma quando mi fu chiesto di tenere alcune lezioni ai Praticanti Consulenti del Lavoro, confesso che il panico divento il mio incubo peggiore. Poi, tanto per rendermi la vita facile, la prima lezione ai praticanti si svolse nell’Aula Magna della Camera di Commercio. Avrei voluto scavarmi una buca sul palco rialzato o impiccarmi con il cavo del microfono a disposizione. Eppure portai a casa quella lezione insieme a molte altre.
Ero diventata popolare fra colleghi e praticanti. Mi mettevo a disposizione della categoria, in modo generoso ma non posso negare che tutto questo mi gratificasse parecchio.
Così quando il mio insegnante e collega, che nel frattempo era diventato presidente dell’Ordine, propose a me e ad altri 3 o 4 colleghi di formare una lista e proporci per le Elezioni imminenti di categoria, accettai.
Fummo eletti, ero entrata nel Consiglio dell’Ordine.
Non ho avuto alcun vantaggio da questa Elezione, confesso di esserne stata gratificata ma ero veramente portata per l’insegnamento, per la condivisione del sapere, amavo veramente poter rendermi utile per l’intera categoria. Gestivo parte degli aggiornamenti del sito Web dell’ordine Provinciale, avevo creato un database su Access per le anagrafiche dei colleghi. Insomma mi davo da fare come potevo. Ognuno di noi si dava da fare, avevamo formato una bellissima squadra.
Se il mio carattere fosse stato diverso, se dentro di me il senso di paura che gli attacchi di panico della adolescenza potessero ripresentarsi, forse avrei fatto di più, avrei raggiunto obiettivi più ambiziosi, ma il tarlo di una possibile inadeguatezza, il fatto di essere una donna che voleva mantenere un equilibrio fra vita professionale e vita privata, mi mise di nuovo davanti ad un bivio, un’altra “sliding door”. Non so come sarebbe potuta essere diversa la mia vita se avessi fatto un’altra scelta. Non lo saprò mai.
Scaduto il mandato ci furono nuove elezioni, probabilmente avevamo lavorato bene così alle successive votazioni venimmo rieletti ed io presi più voti di tutti gli altri. Toccò a me convocare il primo consiglio dell’Ordine dove si doveva decidere chi sarebbe stato il Presidente, il segretario ecc,
Avrei potuto diventare il Presidente ma questo avrebbe comportato onori ma anche impegnativi obblighi istituzionali, così rinunciai alla Presidenza a favore di un collega più giovane, capace ed ambizioso.
Così doveva essere, così decisi e non me ne pentii mai.
Nel frattempo spronai quella che era la mia impiegata di vecchia data a fare quello che avevo fatto io tanti anni prima. Fare il praticantato triennale e tentare l’esame per diventare lei stessa Consulente del Lavoro, era davvero molto brava e naturalmente riuscì a superare l’esame. Avevo una collega in studio, adesso toccava alle altre…

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Un nuovo trasloco, ancora una volta in ”territorio amico” proprio sopra l’attività di mio marito, sarebbe bastata una scala a chiocciola e sarei scesa direttamente sopra la sua scrivania. L’idea che mi sentisse camminare sopra di lui mi dava rendeva felice. Postazioni comode, scrivanie e mobili nuovi, diversi computer, aria condizionata, luminosissimo. Ero approdata nel posto perfetto.
Sul lavoro sono sempre stata di una perfezione maniacale, ogni foglio, ogni documento, ogni ricevuta, aveva una esatta collocazione dentro una carpetta, un faldone, un classificatore o dentro un mobile. Senza questo tipo di rigore assoluto nulla può funzionare in uno studio che gestisce decine di pratiche diverse per decine di ditte diverse. Questo ho imposto e questo ho ottenuto. Io ho un sacco di difetti ma una delle cose che mi riesce meglio è sicuramente l’organizzazione schematica. Le mie impiegate e poi colleghe mi hanno supportato egregiamente in questo ordine delle cose. Ricordo una ragazza che era venuta a lavorare da me che durò pochissimo perché era svanita e trovammo cose archiviate a caso per mesi dopo la sua cessazione… L’altra regola assoluta dello studio era: non fare mai uscire una busta paga con errori quindi i controlli erano ripetuti e a prova di sbaglio.
Ovviamente questo insieme di regole ferree, in alcuni momenti, ha creato tensioni e ho avuto anche un periodo in cui ero particolarmente nervosa e sbottavo per un nonnulla, mettendo a dura prova la pazienza delle mie collaboratrici.
Proprio grazie a queste donne capaci, alle quali ho consegnato tutto il mio sapere, ho potuto dedicarmi ad attività supplementari di studio e di aggiornamento per me ed i colleghi.
Avevo creato una “mailing list” che serviva per inviare ai colleghi le news legislative in tempo reale con commenti e approfondimenti. Frequentavo dei newsgroup (voi giovani non saprete mai come erano utili questi scambi di informazione fra collegi di ogni parte d’Italia). Con molti di loro ci siamo incontrati ed è stato bellissimo, ancora ci seguiamo attraverso i canali social. Frequentavo un forum messo a disposizione, sul loro sito, dai titolari di una ditta di programmi paghe. Usavo un Nick name. Ho scelto quello che, in ambito lavorativo, mi rappresentava perfettamente: “Hermione” chi meglio della amica di Harry Potter poteva unire le caratteristiche di curiosità, studio, conoscenza, un po’ rompipalle, “so tutto io”, risolvo qualunque problema, precisetta e generosa? Rido ancora se ci penso. Su quel forum mi avevano soprannominato “Nostra signora delle co.co.co” visto che ne sapevo più del diavolo sui rapporti parasubordinati.
Uno dei miei elaborati più riusciti si chiamava “Tutto quello che i datori di lavoro devono sapere…” era un riassunto completo degli adempimenti e degli obblighi che un datore di lavoro doveva conoscere se voleva avere dei dipendenti. L’avevo fatto per le mie ditte ma decisi di girarlo ai colleghi per una informativa completa. Quell’elaborato fece il giro del web, molti studi lo resero disponibile sui loro siti per le loro aziende. Purtroppo è superato, perché dopo una certa data non l’ho più aggiornato, ma era veramente uno strumento utile. Lo dico senza falsa modestia. Certe cose mi sono riuscite proprio bene.
Dopo una scelta di vita con trasloco in campagna, in accordo con mio marito, decisi di ritirarmi dalla mia attività di Consulenza del lavoro per avere più tempo libero per me e mi ritagliai uno spazio nei suoi uffici per dedicarmi ad attività decisamente meno impegnative. Naturalmente lo studio e l’assistenza alle ditte doveva proseguire senza traumi per cui trovai un accordo con due delle mie collaboratrici perché potessero proseguire l’attività. Passai in rassegna i clienti ad uno ad uno e lo studio ebbe una nuova denominazione e nuove responsabili. Un passaggio indolore per le ditte, un po’ meno indolore per me che chiudevo un lunghissimo capitolo della mia vita, ma anche di questa scelta non mi sono mai pentita e vi confesso la soddisfazione di sapere che l’attività che ho creato con tanto sforzo ancora prosegue invariata dopo tanti anni.
Degna figlia di mio padre. Il suo esempio mi ha ispirato di certo.
Il mio ritiro dalle scene però mi riservò l’ennesima “sliding door” mio marito aveva ampliato l’attività in un settore che era una novità e andava gestito e soprattutto organizzato dal nulla. Era stata scelta una persona che per ragioni che non sto davvero a spiegarvi non si rivelò all’altezza del compito affidatogli. Così all’improvviso, di punto in bianco trovandosi il marito spiazzato e senza aiuto mi rimboccai le maniche imparai un nuovo lavoro studiandone tutte le sfaccettature che comunque erano legate al diritto, che così tanto era stato protagonista del mio lavoro e nell’arco di pochi mesi, valutando e assumendo dipendenti resi operativo e perfettamente funzionante e autonomo l’ufficio. Un’altra sfida vinta. Naturalmente applicando le mie regole ferree di ordine e metodo. So di aver richiesto molto a chi arrivava ad occupare posti chiave ma so di aver impostato il lavoro in modo funzionale e a prova di errore. Quel periodo è annoverato fra i più duri della mia vita perché lavorare a contatto con mio marito non è stato facile perché portavamo a casa tutti i problemi lavorativi, inoltre ha causato rotture importanti con persone a me vicine che mi hanno lacerato dentro (ma questa è un’altra storia). Solo dopo alcuni anni mi sono potuta liberare di qualunque impegno lavorativo e dedicarmi a me stessa e alla mia casa.
Volete un lieto fine in tutto questo? Se tornassi indietro rifarei tutto.
Orgogliosa di avere formato così tante persone sia con l’insegnamento che con il praticantato nel mio studio. Molti sono diventati Consulenti del Lavoro e 4 sono uscite dal mio studio.
Credo che passare avanti dimenticando le cose negative e conservando solo il meglio sia la chiave per la felicità.
I rimpianti non fanno parte del mio pensare.
Se siete arrivati fin qui meritate un abbraccio. In realtà questo scritto è servito soprattutto a me per lasciare nero su bianco quello che in altro modo sparirebbe con me.
(The End)

Ho iniziato questo percorso della memoria su instagram, raccontando di ogni casa che ho abitato e di ogni trasloco. 9 case che hanno visto uno spaccato della mia vita. Voglio condividere anche sul blog questo racconto che sarà un po’ lungo ma che potrete leggere poco a poco.

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Via Budellungo (1 di 9) #lecasenelricordo Questa è la casa dove i miei genitori, appena sposati, sono andati ad abitare.
Io dovevo nascere proprio in questo appartamento, se non fosse che dopo ore ed ore di doloroso travaglio di mia madre, mia nonna decise che doveva chiamare l’ambulanza, contrariamente al parere dell’ostetrica che assisteva al parto. Così mi ha salvato la vita. Il cordone ombelicale attorno al collo mi impediva di uscire e se avessi avuto mancanza di ossigeno non voglio pensare a cosa sarebbe successo. Ho sempre pensato che mia nonna avesse fatto un voto a Sant’Antonio da Padova (di qui il mio nome) del quale era devota. La sua vita per la mia. Io sopravvissi e lei morì quando avevo poco più di 3 mesi. Ben poco ricordo di questa casa, solo alcuni flash dei mobili che conteneva. I racconti dei miei genitori hanno sempre riempito il vuoto. Non avevamo la TV e i programmi più famosi si andavano a guardare al bar poco lontano da casa. Non avevamo il telefono, mia madre avvisava mio padre se era al bar a guardare le partite di calcio con gli amici, accendendo e spegnendo una luce della camera (tipo segnali morse) per richiamarlo a casa. Spesso accadeva perché aveva rotto il biberon (che ai tempi erano di vetro) e ne occorreva un altro per darmi il latte. Si, il biberon perché ero nutrita a latte artificiale e per fortuna mio padre aveva un amico alla Carlo Erba per ottenere il latte in polvere con un po’ di sconto. È stata la casa della gioia perché sono nata io, è stata la casa del dolore perché è morta mia nonna a soli 43 anni.
Questa è stata la mia casa fino a poco più di 3 anni, poi ci siamo trasferiti in una casa vicina a dove mio padre lavorava come dipendente elettricista. 

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Via della Repubblica (2 di 9) #lecasenelricordo
In pieno centro, in una via principale della città
Ho vissuto in questa casa dai 3 ai 6 anni. Questo appartamento lo ricordo, aveva una cucina con una vetrata su un giardinetto interno, la stufa a legna, il bagno ricavato su un ex balcone (come spesso accadeva in queste vecchie case). Mio padre faceva frequenti trasferte a Milano e Torino e ricordo che quando tornava mi portava sempre un piccolo dono. A volte figurine della Liebig (si quella dei dadi) credo di essere una delle poche persone che ha un album completo di queste figurine. Chi poteva infatti mangiare tanti dadi per poterne fare una raccolta completa?
Quando mia madre usciva (lei non lavorava) mi lasciava a due sarte che vivevano sotto il nostro appartamento, il mio gioco preferito era spargere degli spillini su una sedia e con una calamita farli girare a formare strane figure. Avevo 4 anni capite? Giocavo con gli spillini! Oggi inorridirebbero vedendo un simile gioco in mano ad un bambino. A 5 anni iniziai la scuola materna dalle suore, vicino a casa. Le mie prime amicizie sono nate nel giardino di fianco, dove giocavo con due bimbe della mia età. A volte c’era anche una bambina più grande che ci metteva in punizione e ci faceva fare quello che voleva lei. La odiavo. Ricordo una grande pianta di fichi e a volte eravamo in tanti bambini a giocare e capitava che, con i fichi maturi, sporcassimo le lenzuola stese… dovevate sentire gli urli delle donne alle finestre.
Mio padre era bravo nel suo lavoro e mia madre non voleva più rimanere sola mentre mio padre era in trasferta così lui prese una decisione importante e rischiosa. Quella di iniziare a lavorare come artigiano autonomo. Avrebbe potuto rilevare l’attività del suo titolare che comprendeva anche la gestione di un negozio di materiale elettrico, questo avrebbe implicato far lavorare mia madre e occorreva un po’ di capitale per acquistare la merce già esistente. Capitale che lui non aveva. Così decise di licenziarsi e iniziare da capo, da solo. Trovarono un appartamento in una casa che aveva, a piano terra, un magazzino per poter iniziare l’attività . Fu un vero e proprio salto nel buio.

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Viale Tanara (3 di 9) #lecasenelricordo
Ho vissuto in questa casa dai 6 ai 19 anni. Questo appartamento (sempre in affitto) era in una piccola palazzina con un bellissimo giardino pieno di piante e uno splendido bersò con una meravigliosa rosa rampicante (ho iniziato ad amare le piante qui forse?) c’era un tavolino di granito con una scacchiera dove ho imparato a giocare a Dama. C’era un glicine che girava aggrappato a tutta la cancellata e una siepe di bosso perfettamente curata. Oggi quel giardino non esiste più. Nessuno l’ha più curato ed è andato alla malora. L’appartamento aveva un grande ingresso, una piccola cucina, una sala da pranzo, un bagno e due camere da letto. Era affacciato su una via molto trafficata perché allora la via era di circonvallazione e a doppio senso di marcia, però era grande e luminoso. Finalmente avevamo il telefono che doveva servire per l’attività di mio padre. Mamma doveva stare in casa il più possibile per ricevere le telefonate dei clienti… magari ci fossero stati i cellulari!!
Mio padre ha iniziato infatti qui la ditta di impianti elettrici (nel grande magazzino sotto casa) prima da solo – i primi tempi parecchio difficili perché ovviamente non aveva clienti e doveva farsi conoscere – ma con grande caparbietà, volontà e precisione piano piano i clienti arrivarono e anche alcune commesse importanti tanto che fece entrare nella ditta i suoi 2 fratelli prima come apprendisti, poi dipendenti, poi coadiuvanti e infine tanti anni dopo come soci. Qui assunse anche il suo primo dipendente. In casa venivano fatti i conti per elaborare le fatture che mia madre batteva a macchina. Sulle fatture la tassa si chiamava IGE e l’IVA ancora non esisteva.
Quando stavo per compiere 7 anni è nato mio fratello.
Vicino a casa c’era la Fabbrica dell’Eridania, dove venivano trasformate le barbabietole da zucchero, dalla finestra della cucina vedevo la ciminiera della fabbrica, ciminiera che ancora oggi si staglia a ricordo della fabbrica che ora non c’è più e che poco tempo fa è stata colpita da un fulmine rimanendo danneggiata.
Uno dei più bei ricordi che ho di questa casa è una mattina di Santa Lucia dove trovai un regalo meraviglioso: una bellissima culla rosa per la bambola. Dopo tanti anni seppi che un cliente di mio padre mi aveva fatto recapitare questo regalo perché apprezzava molto mio padre e non aveva figli. Quel mattino è ancora stampato nella mia memoria.
Così come stampati nella memoria sono i vetri appannati quando faceva freddo e mamma preparava il brodo la domenica.
Di questa casa ricordo ogni abitante, la “nonna Gianna” (così la chiamava mio fratello) una simpatica signora che ci faceva un po’ da nonna e nel cui appartamento ho studiato per l’esame di maturità perché era più silenzioso, un inquilino che era quasi cieco e che intrattenevo cantando in giardino per fargli compagnia. Dante, al piano rialzato, che teneva curato il giardino e con il quale facevo a gara a chi mangiava spicchi di limone senza fare smorfie. I vicini di ballatoio che avevano una bimba bionda dell’età di mio fratello.
Ricordo quando allagammo le scale comuni perché la lavatrice aveva perso acqua.
Qui ho trascorso tutta la mia adolescenza, ho vissuto i primi amori, ho studiato, ho frequentato una stupenda compagnia di amici che ancora oggi vedo di tanto in tanto, ho conseguito la maturità, ho iniziato a lavorare in una scuola materna, ho fatto la baby sitter, ho imparato a guidare e preso la patente, ho iniziato il lavoro di impiegata che mi avrebbe poi portato a studiare per diventare Consulente del lavoro.
Qui nel tempo libero ascoltavo Radio Parma dove un giovane Mauro Coruzzi ci intratteneva e i tempi in cui sarebbe diventato “Platinette” erano ancora lontani. Qui scrivevo poesie (oltre 200 strazianti, malinconiche poesie)
Qui nascondevo le prime sigarette nella siepe del giardino.
Qui vennero a trovarmi i giovani calciatori del Parma che avevo conosciuto con le mie amiche e che vivevano in un vicino residence.
In questa casa mi ribellai a mia madre che mi tagliava sempre i capelli e li feci crescere fino alla vita, benché lei mi minacciasse spesso di tagliarmeli nel sonno…
L’attività di papà, prosperava, quindi la sede della ditta venne spostata in altro luogo, con uffici, un’impiegata (alla quale io stessa ho insegnato ad elaborare le paghe) altri dipendenti.
Finalmente mio padre poté decidere di acquistare una appartamento e smettere di pagare l’affitto.

Nota: negli ultimi anni questi appartamenti sono stati adibiti a uffici. C’è stato anche un ufficio di Consulenti del Lavoro. Se non è destino questo.

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Via XXIV Maggio (4 di 9) #lecasenelricordo In questa casa hanno abitato i miei genitori fino agli ultimi giorni della loro vita.
Questo appartamento è stato venduto proprio il mese scorso.
Una vita intera chiusa in una manciata di scatoloni.
Questo condominio è nato proprio sotto i nostri occhi.
Mio padre infatti acquistò l’appartamento sulla carta quando ancora c’erano solo le fondamenta del condominio.
Ricordo quanto entravamo a prendere misure mentre ancora mancava l’intonaco ai muri.
Finalmente una casa nostra, niente più affitto, un appartamento grande con due bagni, un bel balcone, solaio, cantina e un garage doppio. L’impianto elettrico ovviamente fatto da papà.
La camera riservata a me era decisamente piccola ma io ero grande, scelsi io la più piccola, nei calcoli prima o poi me ne sarei andata di casa ed in effetti ho abitato in questa casa solo 5 anni. Avevo 19 anni quando traslocammo e questo fu il primo trasloco a cui partecipai attivamente.
Facevo chilometri in bicicletta per andare al lavoro che era vicino a dove abitavo prima.
Abitavo già qui quando conobbi il mio attuale marito con il quale ebbi una piccola storia finita troppo presto. In quel momento non era destino che la nostra storia continuasse. Ma il destino è paziente e sa aspettare. (ma questa è un’altra storia).
Abitavo qui quando andai per la prima volta in vacanza da sola, con due amiche all’Isola D’Elba. Io ai tempi avevo “ereditato” la 127 gialla che era di papà, una delle amiche aveva l’auto nuova, suo padre ci permise di usarla ma solo se avessi guidato io.
Evidentemente davo l’impressione di essere affidabile.
Abitavo qui una sera in cui un terribile temporale allagò un sacco di zone della città. Rientrando tardi mi accorsi che l’ascensore faceva uno strano rumore di sgocciolamento, la discesa dei garage si stava allagando, suonai a tutti e portammo le auto in strada.
Il giorno dopo ricordo che c’era più di un metro d’acqua e i garage tutti allagati. A noi era andata bene perché almeno avevamo salvato le auto.
Abitavo qui quando soffrii di attacchi di panico. Uno dei capitoli più brutti e infelici della mia vita.
Abitavo qui quando diedi l’esame di stato per diventare Consulente del Lavoro.
Abitavo qui quando conobbi il mio primo marito.
Abitavo qui quando decisi di licenziarmi per iniziare la libera professione. Un salto nel buio come quello che fece mio padre.
Abitavo qui quando uscii di casa vestita da sposa e mio padre mi chiese “sei sicura?”
No, forse non ero sicura, forse già sapevo che stavo sbagliando, ma volevo uscire di casa.
E naturalmente dopo essermi sposata traslocai nell’appartamento che avrei diviso con mio marito. 

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Via Amendola (5 di 9) #lecasenelricordo
In questo enorme condominio possedeva un appartamento il mio ex marito, era da sistemare e ricordo che passammo ore ed ore ad abbattere un muro, a scrostare le altre pareti da strati e strati di pitture di indefinibili colori, a ricoprire con ceramica nuova il vecchio pavimento di graniglia.
L’appartamento aveva la camera che si affacciava su una strada di grande traffico, ci svegliavamo con la sirena del turno del mattino della ditta Bormioli.
La cucina aveva la finestra verso un cortile interno, con quei ballatoi tipici delle case di ringhiera. Dovetti combattere con quei simpatici animaletti striscianti che compaiono la notte, sopportare vicini che facevano casino ed abituarmi di nuovo al rumore del traffico.
In questo appartamento, nell’unico balcone chiuso, il mio ex marito si mise ad allevare decine di canarini.
Ricordo una “canarina” che passava pagliuzze e piccole piume nella gabbia a fianco perché la sua “vicina” potesse costruire un nido. Dava loro per premio un pinolo ogni tanto finché un’uccellino riuscì a fuggire dalla gabbia e morì felice mangiandosi tutti i pinoli. Ho visto schiudersi decine di uova e uscire piccoli esseri implumi. Ho ascoltato gorgheggi a coprire il rumore fastidioso di una via trafficata.
In questo appartamento ha passato i primi mesi di vita il mio primo cane, un bellissimo setter irlandese femmina.
In una stanza di questo appartamento ho iniziato la mia attività di Consulente del Lavoro mentre continuavo a lavorare part-time presso una ditta dall’altra parte della città.
Per la cronaca i chilometri in bicicletta diventavano una costante perché avevo trovato un lavoro a due passi da dove abitavo prima. Il solito destino beffardo.
Ricordo che avevo spesso incubi notturni, sognavo di essere in un grande garage e all’improvviso si chiudeva la porta basculante e io non potevo uscire perché non trovavo le scarpe, così rimanevo chiusa al buio.
Il mio inconscio mi mandava segnali, ero in una specie di trappola ma ancora non lo sapevo.
In questo appartamento siamo rimasti tre anni, solo tre anni perché un giorno stanca di perdere tempo per andare al lavoro mi venne una idea geniale. 

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Via Venezia (6 di 9) #lecasenelricordo
Mio padre e i suoi fratelli avevano fatto costruire come sede della ditta un capannone con palazzina uffici. Sopra gli uffici c’erano due appartamenti, uno più grande e uno più piccolo.
Dopo un consiglio di famiglia (papà e zii) concordai un affitto ad equo canone ed ottenni di abitare nel più grande e di fissare la sede della mia attività professionale nel più piccolo. Finalmente non avrei più dovuto perdere tempo per andare al lavoro ma semplicemente attraversare un pianerottolo.
Piano piano le ditte a cui fornivo consulenza giuslavoristica iniziarono ad aumentare tanto che assunsi la mia prima dipendente scegliendola fra i partecipanti ad un corso di cui ero docente.
Anche il Setter irlandese aveva finalmente spazio per muoversi libero anche se, come tutti i cani, preferiva intrufolarsi in casa.
La sera il quartiere (che era un quartiere artigiano) si svuotava di tutte le persone che ci lavoravano e diventava un’oasi di pace e silenzio a parte qualche cane che abbaiava un po’ troppo.
Un po’ meno silenzioso era il sabato mattina quando nell’ufficio sotto si svolgeva l’incontro fra i fratelli per pianificare il lavoro della settimana. Sembrava litigassero mentre invece era semplicemente il tono normale della voce della nostra famiglia. Che io ovviamente ho ereditato con gran gioia di mio marito.
In questa casa ho passato i momenti più brutti del mio precedente matrimonio. Qui ho vissuto da sola dopo essermi separata e non è stato semplice abitare da sola in un quartiere quasi deserto con una casa in costruzione a fianco. Ma avevo voluto io la separazione e mi ritrovai con un coraggio inaspettato. Da sola perché anche il cane rientrò, come una specie di figlio, nella “spartizione dei beni” e non restò a vivere con me e non chiesi nemmeno un “diritto di visita”. Quando si chiudono porte bisogna evitare che resti un solo spiraglio aperto. Per tanto tempo però mi svegliai di notte convinta di sentire piangere il cane in cortile.
Fu un periodo veramente pesante, ma la vita è imprevedibile, ti da e ti toglie nello stesso momento per bilanciare gli eventi.
Abitavo qui quando uscendo dall’avvocato che curava la mia separazione sono andata a sbattere contro quel ragazzo che tanti anni prima mi aveva fatto battere il cuore. Quel ragazzo che ho rivisto dopo la separazione e con il quale ho iniziato l’anno dopo una nuova vita. Quel ragazzo che oggi è mio marito da 26 anni, abitavamo qui infatti quando abbiamo deciso di sposarci.
Per riassumere, in questa casa ho abitato per 10 anni dall’85 al 95.
4 anni con il mio ex marito, 1 anni da sola e 5 anni con il mio attuale marito.
Per più di 10 anni è stata la sede del mio Studio professionale.
Però poi abbiamo deciso che era ora di cercare qualcosa di meglio, qualcosa di nostro. Mio marito vendette il suo appartamento da single e iniziammo a cercare una casa nostra.
La trovammo e dovemmo fare qualche lavoro di ristrutturazione prima di traslocare, lavori che dovetti seguire da sola perché mio marito a quei tempi lavorava a Bologna e rientrava sempre tardi, mettemmo a dura prova il nostro matrimonio.
Fu un periodo duro e complicato ma riuscimmo a superarlo.

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Via Emilia Est (7 di 9) #lecaseneiricordi
Questa fotografia è stata la più difficile da fare perché il condominio è interno, e non si vede bene dalla strada.
Era stato scelto proprio per questo, perché non si sentiva il rumore del traffico, era tranquillo e l’appartamento era bellissimo. Ultimo piano oltre a una mansarda. Cucina, grande salone con balcone a sud, una camera, un bagno e una grande veranda chiusa sul lato interno a nord, una bella scala di legno e una grande mansarda con un altro bagno, pavimenti in legno ovunque.
Degli incoscienti muratori nel ristrutturare il bagno fecero crepare lo stucco veneziano di camera e ingresso costringendoci a mettere carta da parati per risolvere il guaio. Vi dico solo che buttarono nel water della mansarda residui di colla con cui avevano attaccato le mattonelle del bagno.
Rischiai la vita affrontando il capo cantiere nell’ascensore. Mi mise un dito sotto il mento con fare minaccioso e l’abbozzai perché ero sola e confesso di aver avuto paura. Vi ricordo che ai tempi mio marito andava a Bologna tutti i giorni…
Qui siamo stati felici, avevamo dei dirimpettai che essendo un po’ più vecchi ci chiamavano “i ragazzi’ e con i quali abbiamo legammo molto.
Rimanemmo in questa casa per 11 anni.
Venne naturale spostare anche la sede del mio studio, anche perché i miei collaboratori aumentavano e mi serviva uno spazio più grande, trovai un ufficio a poche centinaia di metri da casa. Un trasloco solo non mi bastava evidentemente.
Abitavo qui quando scoprii che la mia tiroide era impazzita e dovetti toglierla. Passai dei mesi un po’ problematici, la tiroide è il motore dell’organismo e il mio motore non funzionava più a dovere. Unica nota positiva: decisi di smettere di fumare il giorno dell’intervento e non toccai mai più una sigaretta.
Abitavo qui quando ci fu l’attentato alle Torri Gemelle.
Abitavo qui quando fui eletta nel Consiglio dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro.
Abitavo qui quando rinunciai ad essere Presidente dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro di Parma a favore di un collega.
Abitavo qui quando mio marito finalmente smise di andare a Bologna ogni giorno e si dedicò unicamente all’attività di Parma.
Ogni anno da maggio a settembre ci trasferivamo in collina a causa del caldo in un appartamento in affitto, dopo anni di pendolarismo e stanchi di tutti quei mini traslochi estivi, maturammo la decisione di andare a vivere in campagna, la ricerca di una casa che potesse fare al caso nostro però fu davvero ardua, nulla che ci piacesse veramente. Ogni casa che vedevamo aveva dei difetti. Così decidemmo di acquistare un terreno in un nuovo quartiere appena lottizzato e costruimmo la nostra casa da zero. Solo che costruire una casa richiede tempo e a noi servivano i soldi della vendita dell’appartamento dove abitavamo. Io che sono decisamente ansiosa pensai che per fare tutte le cose in tranquillità avremmo dovuto cercare una casa in affitto e traslocare per il periodo necessario a costruire la casa nuova. Sono ansiosa ma anche una delle persone più organizzate che conosco quindi, anche se può sembrare una follia fare due traslochi in pochi anni, mi parve la decisione più razionale perché avremmo potuto vendere subito l’appartamento dove vivevamo e accelerare i lavori.
Mai decisione fu più azzeccata, riuscimmo a vendere quasi subito l’appartamento ricavando ciò che avevamo previsto, dopo poco i prezzi degli immobili crollarono e saremmo stati in grande difficoltà con le spese preventivate per la costruzione.

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Casale di Felino (8 di 9) #lecasenelricordo
Questa casa, seppur temporanea mi rese felice. Era a pochi chilometri da dove sarebbe sorta la nuova casa.
Era una fetta di casa a schiera piuttosto grande disposta su 3 livelli (avevamo una marea di mobili da collocare) e aveva un piccolo giardino.
Finalmente nei week end mi sembrava di essere in ferie, uscire dalla porta di casa e trovarmi in giardino, guardare dalla finestra e vedere i campi mi dava una felicità infinita, curammo la siepe di lauro ceraso che era ammalata in modo esemplare tanto che quando ce ne andammo era rigogliosa e sanissima.
Seminammo un po’ di prato e diserbammo la parte in ghiaia dietro casa.
Gli inquilini dopo di noi in un anno hanno fatta seccare metà siepe, reso incolto il prato, e quando mi sono fermata per scattare la foto ho visto la siepe ammalata, mezza secca e dall’aspetto disordinato, il prato spelacchiato e le piante non potate.
Credo che il proprietario ci rimpianga ancora.
Ricordo che mettemmo un biglietto alla vicina di casa (che occupava la metà di casa confinante con la nostra) scusandoci anticipatamente del disagio causato dal trasloco. Lei, reduce da vicini maleducati e non certo silenziosi venne immediatamente a conoscerci come se fossimo una specie in via di estinzione.
Ci siamo subito trovati in sintonia.
Ci siamo trovati così in sintonia che ha deciso di vendere la sua casa e di costruire nel lotto accanto a noi. Siamo ancora vicine di casa.
Abbiamo famiglie per nascita e famiglie che ci scegliamo nel corso degli anni. Con lei ci siamo scelte.
Abbiamo abitato in questa casa per 3 anni e finalmente in maggio 2009 abbiamo traslocato nella nostra nuova bellissima casa affrontando l’ennesimo trasloco.

 

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(9 di 9) #lecaseneiricordi Questa casa è frutto di una vendita fatta nel momento giusto, di denaro guadagnato con fatica e di una eredità lasciata a mio marito da uno zio. Non lo zio d’America ma lo zio Giovanni che se ne è andato prematuramente aiutandoci a realizzare un sogno. Nonostante avessimo scelto un’impresa di quello che doveva essere un amico (ora ex amico), purtroppo abbiamo avuto problemi e discussioni. Mi dicono accada a tutti, ma ci ho perso quasi la salute per seguire i lavori negli ultimi tempi. La casa era stata progettata secondo il nostro gusto, una casa nuova ma con mattoni vecchi, coppi vecchi, una parte di muro di sassi ecc. Il Comune purtroppo ha imposto vincoli di lottizzazione che ci hanno impedito di farla esattamente come avremmo voluto, ma siamo riusciti comunque a costruire una bellissima casa.
Dicono che solo la seconda volta riesci ad evitare gli errori che fai nella prima. Ecco io mi sparerei piuttosto di ricominciare da capo l’avventura di costruire una casa.
Non credo che avrei la forza di affrontare di nuovo tutto quanto.
Abbiamo sbagliato qualcosa?
Forse troppi errori in un giardino troppo grande, qualche pianta sbagliata perché mal consigliati, forse una lavanderia troppo piccola, ma la coibentazione eccezionale ci permette di dormire d’estate, in piena pianura padana, con finestre chiuse e senza aria condizionata. Quasi un miracolo.
Il quartiere poi è nato a poco a poco permettendo di creare con i vicini un clima amichevole e di reciproco aiuto. Situazione davvero rara e preziosa.
Mi considero molto fortunata, ogni trasloco è stato un cambiamento in meglio. Non sempre è così, le vicissitudini della vita possono riservare sorprese. Noi abbiamo avuto tante cose negative, lutti, malattie anche gravi di chi ci era caro, incomprensioni e rotture familiari, ma il nostro rapporto nelle avversità si è consolidato anziché spezzarsi e ad ogni trasloco abbiamo migliorato condizione di vita.
Non so se dovrò traslocare ancora, mi manca solo un sogno nel cassetto: vivere in un posto anche più piccolo ma con vista sulle onde del mare.
Bisogna sempre avere un sogno. Il mio è questo.

 

Grazie se siete arrivati fino qui. Se volete condividere cose della vostra vita e delle case in cui avete abitato aspetto di leggervi, potete farlo su Instagram o su Facebook. Però usate l’hashtag #lecaseneiricordi

 

 

Da questa piccola pallina ripiena di liquido dipende la mia vita. È incredibile come una cosa così piccola possa fare la differenza fra esserci e non esserci, fra sentirsi bene e non reggersi in piedi, fra avere battiti normali del cuore o tachicardia, fra avere energie o sentirsi privi di forze. Tutto dipende da questa piccola pillola. Può avere forme diverse, essere bianca, liquida, compressa o capsula molle. Può avere varie misure come un abito, quello che va bene a me non va bene per un altro. Cambia solo il prezzo, la possibilità di fruirne attraverso il Servizio Sanitario Nazionale oppure ancora la assimilazione dell’una o dell’altra composizione. Il suo nome è comunque sempre Tiroxina. Il motore dell’organismo, l’ormone che normalmente produce la tiroide ma che deve essere assunto se la tiroide non c’è più come nel mio caso. Ormai sono 17 anni che questo preparato sintetico mi permette di alzarmi ogni mattina, di fare una vita normale (o quasi) di continuare a far funzionare tutte le parti del corpo in modo normale. Quando ti dicono che la tua tiroide è fuori uso e devi toglierla, ti dicono anche che con una pillolina sostituirai quell’ormone che ti verrà a mancare. E tu ti senti tranquilla. Ecco non è proprio così, non per tutti almeno. A volte non tutto funziona a dovere così fai una vita (quasi) normale diciamo non al 100% ma al 90% e diventi a rischio di un po’ di carenze qua e là: calcio, vitamina D… cose varie. E via di integratori. La farmacia diventa la tua maggiore frequentazione. Ma sapete cosa penso? Meno male che quella pillolina c’è. La guardo controluce e penso che contiene il carburante della mia vita. E quante persone come me sono legate a una pillola o ad un’altro farmaco per vivere. Quindi grazie alla ricerca, alla medicina, al progresso, senza di loro non ci sarei più.

C’e una violenza che spesso non si vede. È la violenza psicologica. È quella violenza che si tiene nascosta che scava nell’anima e lascia ferite invisibili ma che fanno altrettanto male, che fanno spesso più male di quelle fisiche perché creano sensi di colpa come se la vittima delle violenze psicologiche si meritasse questo dolore. Sono violenza in famiglia, in coppia, sui luoghi di lavoro. Violenze quotidiane. Violenze senza fine. Occorrerebbe fare uscire dall’ombra queste situazioni perché chi ne è vittima ha un grande bisogno di aiuto. Parlatene perché parlarne è già aiuto.

Non occorre un giorno preciso per parlare di queste cose. Dobbiamo parlarne ogni giorno con chi ci è vicino, con chi incontriamo, suo social, ovunque.

(Da una idea di @lapostrofoaura su Instagram). #outoftheshadows

Oggi ho fatto un tortino zucchini ricotta e fontina. Trovo che i tortini siano uno dei capisaldi della cucina, possono essere preparati in anticipo se avete invitati a cena, sono aperitivo, piatto unico, sfizioso cibo da portare ad una cena organizzata fra amici. I tortini (o le quiche che prevedono la panna al posto della ricotta) sono gustosi e soprattutto potete farli con qualunque ingrediente vi venga in mente. Zucchini, spinaci, porri, zucca, radicchio trevigiano, patate e formaggi vari. Per questo tortino ho trifolato gli zucchini e una volta raffreddati ho unito la ricotta (ho usato la Santa Lucia perché non contiene panna ed è comoda ma voi potete comprare ricotta fresca) ho unito un po’ di fontina tagliata a dadini e un uovo per unire il tutto. Stesa la pasta sfoglia (che ho comprato in quelle comode versioni arrotolate e pronte all’uso), bucherellato il fondo e inserito il composto. Avevo altra pasta e l’ho utilizzata per fare una copertura fantasiosa sulla parte superiore. Ho spennellato con uovo sbattuto e cotto a 190 in forno ventilato (o 200 statico) finché la parte superiore non è diventata bella dorata (20-30 minuti) non ho volutamente inserito le quantità degli ingredienti perché potete spaziare secondo il vostro gusto. Buon appetito.

Se conoscete qualcuno che ha un melograno chiedetegli qualche melagrana (che in questo periodo arriva a maturazione) non solo per mangiarle, perché le nostre melagrane sono brusche e non dolci come quelle che vengono da Israele, ma per farle seccare e tenere in casa come buon auspicio e abbondanza perché è questo il significato più antico della melagrana. Io lo faccio ogni anno, il segreto è tenerla in un luogo fresco e asciutto e possibilmente dove ci sia circolazione di aria anche sotto (tipo una cesta), altrimenti dovrete girarla di frequente. Asciugherà conservando comunque il suo bel colore e rallegrerà la vostra casa. Comunque quelle più mature meritano di essere spremute anche se il succo richiederà un po’ di zucchero per essere più gradevole. Io lascio comunque i frutti più piccoli sulla pianta perché una volta matura si aprirà, come un bellissimo sorriso e farà la felicità degli uccellini che andranno a beccarne i semi.

Quanto il freddo cambia il colore alle ortensie facendole arrossare e al tatto sembra di toccare fiori di carta è il momento di raccogliere le più belle mettendole nei vasi per abbellire la vostra casa. Si conservano così senza appassire anche per anni. Le ortensie infatti non possono essere fatte seccare fresche come avviene per altri fiori come le rose ad esempio, appassirebbero inesorabilmente, devono invece essere fatte seccare sulla pianta. Io vi confesso che, una volta raccolte, le faccio stazionare per un paio di giorni in garage o in lavanderia per evitare di portarmi in casa ragnetti e/o cimici che nel giardino d’autunno è normale trovare tra i fiori. Soltanto dopo questa specie di quarantena le ortensie trovano posto in casa. Provate se le avete in giardino o fatevele regalare, sono di sicuro effetto decorativo.

Questa foto non è per niente bella, ma è un momento nostalgia.

Questa è la foto di una foto, molto molto vecchia.

È un setter irlandese, una femmina di setter irlandese, che con una fantasia incredibile chiamammo Diana, anche se lei non fu mai adibita a cacciare o a riportare prede.

In realtà la caccia ce l’aveva nel sangue, fuggiva nel campo di fronte a casa, faceva la cerca e poi si metteva in punta. Era bellissima, rossissima e morbidissima. Non so se avete mai visto un setter correre, è la grazia assoluta, così come invece è sgraziato mentre cammina.

L’ho amata moltissimo.

Come a volte accade purtroppo il distacco non fu la morte ma “la spartizione dei beni” in seguito ad una separazione. Così le dovetti dire addio ma ancora oggi penso a lei con dolcezza e ricordo ancora il suo naso umidiccio mentre veniva a chiedermi cibo.

Se non avete mai avuto un setter irlandese forse non potete capire, è dolce ma anche pazzo, è intelligente ma anche testardo.

Comunque sia vi catturerà il cuore.

Fuori è tutto nuvoloso, foschia e pioggia sottile ma io sono comunque felice. Guardare fuori e vedere un panorama così mi gratifica comunque e poi c’è il silenzio, il meraviglioso silenzio di questo posto. A volte non accendo nemmeno la musica per godermi il silenzio. Non ho paura del silenzio, non devo riempire vuoti con i rumori e la confusione. Mi piace stare sola con i miei pensieri. Mi riconcilio con il mondo. L’autunno ha un effetto benefico si di me. Mi riporta la pace. Settembre è il mio mese ed è sempre un nuovo inizio, come un capodanno. Chissà cosa mi porterà questo nuovo inizio, aspetto di scoprirlo bevendomi un caffè con lo sguardo perso nel vuoto e un vago sorriso sulle labbra.

Piccole melagrane crescono.

Il melograno è stato piantato nel nostro giardino perché è simbolo di abbondanza.

Il primo anno tememmo che fosse gelato, dopo un inverno particolarmente rigido, in realtà il melograno mette le gemme per ultimo, dopo tutte le altre piante e per fortuna ottenne un po’ di dilazione all’estirpazione.

Poi per tre anni pensammo che fosse solo da fiore e non da frutto perché nemmeno una melagrana spuntava sui rami.

Negli ultimi tre anni finalmente sono arrivate le melagrane e negli ultimi due anni è stato davvero un trionfo.

Così ho anche imparato una cosa: che se nei rami più vecchi vedete delle spine sappiate che la pianta è da frutto e non da fiore.

Io l’ho scoperto dopo essermi punta, voi cercate le spine solo con gli occhi. Parola di Zeta.

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