Vi prego di leggere fino in fondo.
Vi mostro queste foto non per farmi dire quanto fossi bella o quanto avessi i capelli lunghi o per chiedermi quanti anni avessi. Ve le mostro perché cogliate la differenza fra allora ed ora.
In queste fotografie avevo tra i 20 e i 40 anni.
Voglio che guardiate queste foto perché qui sono come voi, come voi che mi seguite, come voi che io guardo ogni giorno.
Io vi osservo e vedo che cercate ogni modo per essere più belle, più magre, più eleganti, più attraenti.
Vedo che cercate modi per allontanare e nascondere il tempo che passa con artifici vari, creme e poi palestra, diete varie, beveroni detox e acquisti spesso compulsivi.
Alcuni di voi non si mostrano senza filtri anche se hanno meno di 30 anni… (lasciateli a me che non potrei mai competere con voi 😂 per evidenti ragioni anagrafiche).
Bene vi dirò una incredibile verità. Invecchierete ugualmente.
Il problema è che se non accettate il passare del tempo, se non vi mostrate come siete con i vostri difetti, la cellulite, spettinate e struccate, non riuscirete a reggere i cambiamenti futuri. La cura di se, il presentarsi nel modo migliore non è sbagliato, è l’ossessione che è sbagliata, è l’aver bisogno di continue conferme dagli altri che è sbagliato, è il non accettarsi per quel che si è inseguendo modelli inarrivabili che è sbagliato.
Sbagliato e segno di grande insicurezza.
Non accetterete i segni del tempo, i capelli che cambiano, la necessità di tagliarli o semplicemente di smetterli di tingerli, l’ingrassare a causa degli ormoni che sballano.
Non vi accetterete e se non vi accetterete avrete una vita infelice.
Io lo so che non sono più come quando avevo 20 o 40 anni e nemmeno 50 ma ogni età può avere le sue bellezze se non ne avete paura. Perché noi non siamo solo il nostro aspetto esteriore.
Parola di Zeta.
Solo a Parma e provincia la notte di Capodanno una persona ha perso una mano ed è rimasto sfregiato da un petardo raccolto per strada (!?) ad uno è scoppiato un petardo in un occhio ed è in prognosi riservata, altri sono rimasti feriti.
Ora mi chiedo perché l’umana intelligenza deve spingere le persone a comprare petardi e fuochi d’artificio per fare casino la notte di Capodanno.
Non c’è altro modo di divertirsi?
Anche i fuochi legalmente acquistati rischiano di innescare una tragedia se mal utilizzati, perché anche una semplice lanterna volante che pare così innocua può finire per un improvviso cambio di vento ad incendiare qualcosa.
Io ogni volta ho il terrore che un fuoco mal lanciato da inesperte mani finisca per incendiarmi casa o colpirmi se sono fuori.
Non si contano le Ordinanze Comunali completamente disattese perché le regole non sono mai rispettate. Che senso ha sapere che nel mio comune erano stati finalmente vietati i botti quando le persone attorno li hanno fatti comunque?
Senza contare gli animali terrorizzati e ancora gli uccelli che volano impazziti, alcuni schiantandosi a terra morti.
Non dimenticando che fuochi inesplosi possono far rischiare la vita a vittime innocenti (se quel botto raccolto da un incauto individuo l’avesse raccolto un bambino curioso? Magari vostro figlio?)
Scusate ma mi chiedo davvero quale divertimento ci sia in 10 minuti di baccano.
Meglio sarebbe bere un bicchiere brindando con chi ci sta accanto e un bel bacio sotto il vischio.
I fuochi d’artificio lasciateli fare a chi li fa in sicurezza durante le manifestazioni importanti e non rischiate di perdere una mano o un occhio o addirittura la vostra vita per 10 minuti di stupido divertimento.
Perché la vostra libertà finisce dove lede la mia.
Ho finito vostro onore.

Non mi piace fare bilanci dell’anno che si chiude e nemmeno elenchi di buoni propositi per il nuovo anno che, molto spesso, restano solo propositi.

Io non dico mai che un anno è stato orrendo perché non penso che sia così.

Ogni anno ci riserva spesso dolori e prove difficili da affrontare e la mia filosofia di vita è quella di trovare un lato positivo in ogni giorno perché soccombere agli eventi è un attimo.

Chi mi conosce bene sa che ho momenti difficili, certi problemi cronici mi impediscono di fare quello che vorrei ma mi presento al mio meglio indossando il sorriso dei giorni migliori, è il mio tributo quotidiano alla vita.

È l’unico modo che conosco per non abbattermi e farmi travolgere dagli eventi.

Quest’anno è mancata mia madre.

Come si può vedere un lato positivo nella morte di una madre? Il fatto che non abbia sofferto e ci sia stata una fine a quella vita smarrita che aveva contrassegnato gli ultimi mesi: non riconoscere più la propria casa, le proprie cose, il proprio letto. Vedere lo sguardo interrogativo di chi non sa più cosa le sta accadendo, per me, è peggio della fine.

Quest’anno è mancata mia suocera.

Aveva 91 anni, una vita vissuta pienamente, alcuni anni sereni con assistenza continua ma discreta lucidità e salute. Quando la situazione è precipitata in pochi giorni si è concluso un ciclo che viceversa avrebbe portato ben più grave infermità.

No, in certi lutti non si può trovare il lato positivo ma il conforto di ciò che poteva essere e per fortuna non è stato si, quello bisogna trovarlo.

Questi sono gli eventi più importanti di un anno che, come tanti altri, ha portato gioie e dolori ma che abbiamo vissuto, che ho vissuto nonostante i problemi.

Non mi aspetto mai picchi di gioia assoluta perché la gioia assoluta per me può durare anche pochi minuti, nel ricevere una notizia positiva, in un pericolo scampato, in un bellissimo tramonto, in una corsa a vedere il mare, in una risata con gli amici, nel riuscire per un pò a zittire quella bambina triste che alberga dentro di me.

La mia vita non è stata facile soprattutto dal punto di vista emotivo ma mi ha insegnato che se la guardi di traverso ti può fare ancora più male e ho avuto tantissime fortune, veramente tante che mi hanno aiutato nei momenti più complicati.

Forse il mio carattere si è formato così, non dando mai nulla per scontato e vivendo un giorno alla volta.

Quindi vi auguro un anno meraviglioso se è questo che vi aspettate, ma se abbassate l’asticella delle richieste alla vita forse resterete meno delusi.

Sognate, sognate tanto, ma non dimenticate di vivere perché è questo il segreto della serenità.

Parola di Zeta la saggia.

Ho iniziato questo percorso della memoria su instagram, raccontando di ogni casa che ho abitato e di ogni trasloco. 9 case che hanno visto uno spaccato della mia vita. Voglio condividere anche sul blog questo racconto che sarà un po’ lungo ma che potrete leggere poco a poco.

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Via Budellungo (1 di 9) #lecasenelricordo Questa è la casa dove i miei genitori, appena sposati, sono andati ad abitare.
Io dovevo nascere proprio in questo appartamento, se non fosse che dopo ore ed ore di doloroso travaglio di mia madre, mia nonna decise che doveva chiamare l’ambulanza, contrariamente al parere dell’ostetrica che assisteva al parto. Così mi ha salvato la vita. Il cordone ombelicale attorno al collo mi impediva di uscire e se avessi avuto mancanza di ossigeno non voglio pensare a cosa sarebbe successo. Ho sempre pensato che mia nonna avesse fatto un voto a Sant’Antonio da Padova (di qui il mio nome) del quale era devota. La sua vita per la mia. Io sopravvissi e lei morì quando avevo poco più di 3 mesi. Ben poco ricordo di questa casa, solo alcuni flash dei mobili che conteneva. I racconti dei miei genitori hanno sempre riempito il vuoto. Non avevamo la TV e i programmi più famosi si andavano a guardare al bar poco lontano da casa. Non avevamo il telefono, mia madre avvisava mio padre se era al bar a guardare le partite di calcio con gli amici, accendendo e spegnendo una luce della camera (tipo segnali morse) per richiamarlo a casa. Spesso accadeva perché aveva rotto il biberon (che ai tempi erano di vetro) e ne occorreva un altro per darmi il latte. Si, il biberon perché ero nutrita a latte artificiale e per fortuna mio padre aveva un amico alla Carlo Erba per ottenere il latte in polvere con un po’ di sconto. È stata la casa della gioia perché sono nata io, è stata la casa del dolore perché è morta mia nonna a soli 43 anni.
Questa è stata la mia casa fino a poco più di 3 anni, poi ci siamo trasferiti in una casa vicina a dove mio padre lavorava come dipendente elettricista. 

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Via della Repubblica (2 di 9) #lecasenelricordo
In pieno centro, in una via principale della città
Ho vissuto in questa casa dai 3 ai 6 anni. Questo appartamento lo ricordo, aveva una cucina con una vetrata su un giardinetto interno, la stufa a legna, il bagno ricavato su un ex balcone (come spesso accadeva in queste vecchie case). Mio padre faceva frequenti trasferte a Milano e Torino e ricordo che quando tornava mi portava sempre un piccolo dono. A volte figurine della Liebig (si quella dei dadi) credo di essere una delle poche persone che ha un album completo di queste figurine. Chi poteva infatti mangiare tanti dadi per poterne fare una raccolta completa?
Quando mia madre usciva (lei non lavorava) mi lasciava a due sarte che vivevano sotto il nostro appartamento, il mio gioco preferito era spargere degli spillini su una sedia e con una calamita farli girare a formare strane figure. Avevo 4 anni capite? Giocavo con gli spillini! Oggi inorridirebbero vedendo un simile gioco in mano ad un bambino. A 5 anni iniziai la scuola materna dalle suore, vicino a casa. Le mie prime amicizie sono nate nel giardino di fianco, dove giocavo con due bimbe della mia età. A volte c’era anche una bambina più grande che ci metteva in punizione e ci faceva fare quello che voleva lei. La odiavo. Ricordo una grande pianta di fichi e a volte eravamo in tanti bambini a giocare e capitava che, con i fichi maturi, sporcassimo le lenzuola stese… dovevate sentire gli urli delle donne alle finestre.
Mio padre era bravo nel suo lavoro e mia madre non voleva più rimanere sola mentre mio padre era in trasferta così lui prese una decisione importante e rischiosa. Quella di iniziare a lavorare come artigiano autonomo. Avrebbe potuto rilevare l’attività del suo titolare che comprendeva anche la gestione di un negozio di materiale elettrico, questo avrebbe implicato far lavorare mia madre e occorreva un po’ di capitale per acquistare la merce già esistente. Capitale che lui non aveva. Così decise di licenziarsi e iniziare da capo, da solo. Trovarono un appartamento in una casa che aveva, a piano terra, un magazzino per poter iniziare l’attività . Fu un vero e proprio salto nel buio.

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Viale Tanara (3 di 9) #lecasenelricordo
Ho vissuto in questa casa dai 6 ai 19 anni. Questo appartamento (sempre in affitto) era in una piccola palazzina con un bellissimo giardino pieno di piante e uno splendido bersò con una meravigliosa rosa rampicante (ho iniziato ad amare le piante qui forse?) c’era un tavolino di granito con una scacchiera dove ho imparato a giocare a Dama. C’era un glicine che girava aggrappato a tutta la cancellata e una siepe di bosso perfettamente curata. Oggi quel giardino non esiste più. Nessuno l’ha più curato ed è andato alla malora. L’appartamento aveva un grande ingresso, una piccola cucina, una sala da pranzo, un bagno e due camere da letto. Era affacciato su una via molto trafficata perché allora la via era di circonvallazione e a doppio senso di marcia, però era grande e luminoso. Finalmente avevamo il telefono che doveva servire per l’attività di mio padre. Mamma doveva stare in casa il più possibile per ricevere le telefonate dei clienti… magari ci fossero stati i cellulari!!
Mio padre ha iniziato infatti qui la ditta di impianti elettrici (nel grande magazzino sotto casa) prima da solo – i primi tempi parecchio difficili perché ovviamente non aveva clienti e doveva farsi conoscere – ma con grande caparbietà, volontà e precisione piano piano i clienti arrivarono e anche alcune commesse importanti tanto che fece entrare nella ditta i suoi 2 fratelli prima come apprendisti, poi dipendenti, poi coadiuvanti e infine tanti anni dopo come soci. Qui assunse anche il suo primo dipendente. In casa venivano fatti i conti per elaborare le fatture che mia madre batteva a macchina. Sulle fatture la tassa si chiamava IGE e l’IVA ancora non esisteva.
Quando stavo per compiere 7 anni è nato mio fratello.
Vicino a casa c’era la Fabbrica dell’Eridania, dove venivano trasformate le barbabietole da zucchero, dalla finestra della cucina vedevo la ciminiera della fabbrica, ciminiera che ancora oggi si staglia a ricordo della fabbrica che ora non c’è più e che poco tempo fa è stata colpita da un fulmine rimanendo danneggiata.
Uno dei più bei ricordi che ho di questa casa è una mattina di Santa Lucia dove trovai un regalo meraviglioso: una bellissima culla rosa per la bambola. Dopo tanti anni seppi che un cliente di mio padre mi aveva fatto recapitare questo regalo perché apprezzava molto mio padre e non aveva figli. Quel mattino è ancora stampato nella mia memoria.
Così come stampati nella memoria sono i vetri appannati quando faceva freddo e mamma preparava il brodo la domenica.
Di questa casa ricordo ogni abitante, la “nonna Gianna” (così la chiamava mio fratello) una simpatica signora che ci faceva un po’ da nonna e nel cui appartamento ho studiato per l’esame di maturità perché era più silenzioso, un inquilino che era quasi cieco e che intrattenevo cantando in giardino per fargli compagnia. Dante, al piano rialzato, che teneva curato il giardino e con il quale facevo a gara a chi mangiava spicchi di limone senza fare smorfie. I vicini di ballatoio che avevano una bimba bionda dell’età di mio fratello.
Ricordo quando allagammo le scale comuni perché la lavatrice aveva perso acqua.
Qui ho trascorso tutta la mia adolescenza, ho vissuto i primi amori, ho studiato, ho frequentato una stupenda compagnia di amici che ancora oggi vedo di tanto in tanto, ho conseguito la maturità, ho iniziato a lavorare in una scuola materna, ho fatto la baby sitter, ho imparato a guidare e preso la patente, ho iniziato il lavoro di impiegata che mi avrebbe poi portato a studiare per diventare Consulente del lavoro.
Qui nel tempo libero ascoltavo Radio Parma dove un giovane Mauro Coruzzi ci intratteneva e i tempi in cui sarebbe diventato “Platinette” erano ancora lontani. Qui scrivevo poesie (oltre 200 strazianti, malinconiche poesie)
Qui nascondevo le prime sigarette nella siepe del giardino.
Qui vennero a trovarmi i giovani calciatori del Parma che avevo conosciuto con le mie amiche e che vivevano in un vicino residence.
In questa casa mi ribellai a mia madre che mi tagliava sempre i capelli e li feci crescere fino alla vita, benché lei mi minacciasse spesso di tagliarmeli nel sonno…
L’attività di papà, prosperava, quindi la sede della ditta venne spostata in altro luogo, con uffici, un’impiegata (alla quale io stessa ho insegnato ad elaborare le paghe) altri dipendenti.
Finalmente mio padre poté decidere di acquistare una appartamento e smettere di pagare l’affitto.

Nota: negli ultimi anni questi appartamenti sono stati adibiti a uffici. C’è stato anche un ufficio di Consulenti del Lavoro. Se non è destino questo.

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Via XXIV Maggio (4 di 9) #lecasenelricordo In questa casa hanno abitato i miei genitori fino agli ultimi giorni della loro vita.
Questo appartamento è stato venduto proprio il mese scorso.
Una vita intera chiusa in una manciata di scatoloni.
Questo condominio è nato proprio sotto i nostri occhi.
Mio padre infatti acquistò l’appartamento sulla carta quando ancora c’erano solo le fondamenta del condominio.
Ricordo quanto entravamo a prendere misure mentre ancora mancava l’intonaco ai muri.
Finalmente una casa nostra, niente più affitto, un appartamento grande con due bagni, un bel balcone, solaio, cantina e un garage doppio. L’impianto elettrico ovviamente fatto da papà.
La camera riservata a me era decisamente piccola ma io ero grande, scelsi io la più piccola, nei calcoli prima o poi me ne sarei andata di casa ed in effetti ho abitato in questa casa solo 5 anni. Avevo 19 anni quando traslocammo e questo fu il primo trasloco a cui partecipai attivamente.
Facevo chilometri in bicicletta per andare al lavoro che era vicino a dove abitavo prima.
Abitavo già qui quando conobbi il mio attuale marito con il quale ebbi una piccola storia finita troppo presto. In quel momento non era destino che la nostra storia continuasse. Ma il destino è paziente e sa aspettare. (ma questa è un’altra storia).
Abitavo qui quando andai per la prima volta in vacanza da sola, con due amiche all’Isola D’Elba. Io ai tempi avevo “ereditato” la 127 gialla che era di papà, una delle amiche aveva l’auto nuova, suo padre ci permise di usarla ma solo se avessi guidato io.
Evidentemente davo l’impressione di essere affidabile.
Abitavo qui una sera in cui un terribile temporale allagò un sacco di zone della città. Rientrando tardi mi accorsi che l’ascensore faceva uno strano rumore di sgocciolamento, la discesa dei garage si stava allagando, suonai a tutti e portammo le auto in strada.
Il giorno dopo ricordo che c’era più di un metro d’acqua e i garage tutti allagati. A noi era andata bene perché almeno avevamo salvato le auto.
Abitavo qui quando soffrii di attacchi di panico. Uno dei capitoli più brutti e infelici della mia vita.
Abitavo qui quando diedi l’esame di stato per diventare Consulente del Lavoro.
Abitavo qui quando conobbi il mio primo marito.
Abitavo qui quando decisi di licenziarmi per iniziare la libera professione. Un salto nel buio come quello che fece mio padre.
Abitavo qui quando uscii di casa vestita da sposa e mio padre mi chiese “sei sicura?”
No, forse non ero sicura, forse già sapevo che stavo sbagliando, ma volevo uscire di casa.
E naturalmente dopo essermi sposata traslocai nell’appartamento che avrei diviso con mio marito. 

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Via Amendola (5 di 9) #lecasenelricordo
In questo enorme condominio possedeva un appartamento il mio ex marito, era da sistemare e ricordo che passammo ore ed ore ad abbattere un muro, a scrostare le altre pareti da strati e strati di pitture di indefinibili colori, a ricoprire con ceramica nuova il vecchio pavimento di graniglia.
L’appartamento aveva la camera che si affacciava su una strada di grande traffico, ci svegliavamo con la sirena del turno del mattino della ditta Bormioli.
La cucina aveva la finestra verso un cortile interno, con quei ballatoi tipici delle case di ringhiera. Dovetti combattere con quei simpatici animaletti striscianti che compaiono la notte, sopportare vicini che facevano casino ed abituarmi di nuovo al rumore del traffico.
In questo appartamento, nell’unico balcone chiuso, il mio ex marito si mise ad allevare decine di canarini.
Ricordo una “canarina” che passava pagliuzze e piccole piume nella gabbia a fianco perché la sua “vicina” potesse costruire un nido. Dava loro per premio un pinolo ogni tanto finché un’uccellino riuscì a fuggire dalla gabbia e morì felice mangiandosi tutti i pinoli. Ho visto schiudersi decine di uova e uscire piccoli esseri implumi. Ho ascoltato gorgheggi a coprire il rumore fastidioso di una via trafficata.
In questo appartamento ha passato i primi mesi di vita il mio primo cane, un bellissimo setter irlandese femmina.
In una stanza di questo appartamento ho iniziato la mia attività di Consulente del Lavoro mentre continuavo a lavorare part-time presso una ditta dall’altra parte della città.
Per la cronaca i chilometri in bicicletta diventavano una costante perché avevo trovato un lavoro a due passi da dove abitavo prima. Il solito destino beffardo.
Ricordo che avevo spesso incubi notturni, sognavo di essere in un grande garage e all’improvviso si chiudeva la porta basculante e io non potevo uscire perché non trovavo le scarpe, così rimanevo chiusa al buio.
Il mio inconscio mi mandava segnali, ero in una specie di trappola ma ancora non lo sapevo.
In questo appartamento siamo rimasti tre anni, solo tre anni perché un giorno stanca di perdere tempo per andare al lavoro mi venne una idea geniale. 

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Via Venezia (6 di 9) #lecasenelricordo
Mio padre e i suoi fratelli avevano fatto costruire come sede della ditta un capannone con palazzina uffici. Sopra gli uffici c’erano due appartamenti, uno più grande e uno più piccolo.
Dopo un consiglio di famiglia (papà e zii) concordai un affitto ad equo canone ed ottenni di abitare nel più grande e di fissare la sede della mia attività professionale nel più piccolo. Finalmente non avrei più dovuto perdere tempo per andare al lavoro ma semplicemente attraversare un pianerottolo.
Piano piano le ditte a cui fornivo consulenza giuslavoristica iniziarono ad aumentare tanto che assunsi la mia prima dipendente scegliendola fra i partecipanti ad un corso di cui ero docente.
Anche il Setter irlandese aveva finalmente spazio per muoversi libero anche se, come tutti i cani, preferiva intrufolarsi in casa.
La sera il quartiere (che era un quartiere artigiano) si svuotava di tutte le persone che ci lavoravano e diventava un’oasi di pace e silenzio a parte qualche cane che abbaiava un po’ troppo.
Un po’ meno silenzioso era il sabato mattina quando nell’ufficio sotto si svolgeva l’incontro fra i fratelli per pianificare il lavoro della settimana. Sembrava litigassero mentre invece era semplicemente il tono normale della voce della nostra famiglia. Che io ovviamente ho ereditato con gran gioia di mio marito.
In questa casa ho passato i momenti più brutti del mio precedente matrimonio. Qui ho vissuto da sola dopo essermi separata e non è stato semplice abitare da sola in un quartiere quasi deserto con una casa in costruzione a fianco. Ma avevo voluto io la separazione e mi ritrovai con un coraggio inaspettato. Da sola perché anche il cane rientrò, come una specie di figlio, nella “spartizione dei beni” e non restò a vivere con me e non chiesi nemmeno un “diritto di visita”. Quando si chiudono porte bisogna evitare che resti un solo spiraglio aperto. Per tanto tempo però mi svegliai di notte convinta di sentire piangere il cane in cortile.
Fu un periodo veramente pesante, ma la vita è imprevedibile, ti da e ti toglie nello stesso momento per bilanciare gli eventi.
Abitavo qui quando uscendo dall’avvocato che curava la mia separazione sono andata a sbattere contro quel ragazzo che tanti anni prima mi aveva fatto battere il cuore. Quel ragazzo che ho rivisto dopo la separazione e con il quale ho iniziato l’anno dopo una nuova vita. Quel ragazzo che oggi è mio marito da 26 anni, abitavamo qui infatti quando abbiamo deciso di sposarci.
Per riassumere, in questa casa ho abitato per 10 anni dall’85 al 95.
4 anni con il mio ex marito, 1 anni da sola e 5 anni con il mio attuale marito.
Per più di 10 anni è stata la sede del mio Studio professionale.
Però poi abbiamo deciso che era ora di cercare qualcosa di meglio, qualcosa di nostro. Mio marito vendette il suo appartamento da single e iniziammo a cercare una casa nostra.
La trovammo e dovemmo fare qualche lavoro di ristrutturazione prima di traslocare, lavori che dovetti seguire da sola perché mio marito a quei tempi lavorava a Bologna e rientrava sempre tardi, mettemmo a dura prova il nostro matrimonio.
Fu un periodo duro e complicato ma riuscimmo a superarlo.

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Via Emilia Est (7 di 9) #lecaseneiricordi
Questa fotografia è stata la più difficile da fare perché il condominio è interno, e non si vede bene dalla strada.
Era stato scelto proprio per questo, perché non si sentiva il rumore del traffico, era tranquillo e l’appartamento era bellissimo. Ultimo piano oltre a una mansarda. Cucina, grande salone con balcone a sud, una camera, un bagno e una grande veranda chiusa sul lato interno a nord, una bella scala di legno e una grande mansarda con un altro bagno, pavimenti in legno ovunque.
Degli incoscienti muratori nel ristrutturare il bagno fecero crepare lo stucco veneziano di camera e ingresso costringendoci a mettere carta da parati per risolvere il guaio. Vi dico solo che buttarono nel water della mansarda residui di colla con cui avevano attaccato le mattonelle del bagno.
Rischiai la vita affrontando il capo cantiere nell’ascensore. Mi mise un dito sotto il mento con fare minaccioso e l’abbozzai perché ero sola e confesso di aver avuto paura. Vi ricordo che ai tempi mio marito andava a Bologna tutti i giorni…
Qui siamo stati felici, avevamo dei dirimpettai che essendo un po’ più vecchi ci chiamavano “i ragazzi’ e con i quali abbiamo legammo molto.
Rimanemmo in questa casa per 11 anni.
Venne naturale spostare anche la sede del mio studio, anche perché i miei collaboratori aumentavano e mi serviva uno spazio più grande, trovai un ufficio a poche centinaia di metri da casa. Un trasloco solo non mi bastava evidentemente.
Abitavo qui quando scoprii che la mia tiroide era impazzita e dovetti toglierla. Passai dei mesi un po’ problematici, la tiroide è il motore dell’organismo e il mio motore non funzionava più a dovere. Unica nota positiva: decisi di smettere di fumare il giorno dell’intervento e non toccai mai più una sigaretta.
Abitavo qui quando ci fu l’attentato alle Torri Gemelle.
Abitavo qui quando fui eletta nel Consiglio dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro.
Abitavo qui quando rinunciai ad essere Presidente dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro di Parma a favore di un collega.
Abitavo qui quando mio marito finalmente smise di andare a Bologna ogni giorno e si dedicò unicamente all’attività di Parma.
Ogni anno da maggio a settembre ci trasferivamo in collina a causa del caldo in un appartamento in affitto, dopo anni di pendolarismo e stanchi di tutti quei mini traslochi estivi, maturammo la decisione di andare a vivere in campagna, la ricerca di una casa che potesse fare al caso nostro però fu davvero ardua, nulla che ci piacesse veramente. Ogni casa che vedevamo aveva dei difetti. Così decidemmo di acquistare un terreno in un nuovo quartiere appena lottizzato e costruimmo la nostra casa da zero. Solo che costruire una casa richiede tempo e a noi servivano i soldi della vendita dell’appartamento dove abitavamo. Io che sono decisamente ansiosa pensai che per fare tutte le cose in tranquillità avremmo dovuto cercare una casa in affitto e traslocare per il periodo necessario a costruire la casa nuova. Sono ansiosa ma anche una delle persone più organizzate che conosco quindi, anche se può sembrare una follia fare due traslochi in pochi anni, mi parve la decisione più razionale perché avremmo potuto vendere subito l’appartamento dove vivevamo e accelerare i lavori.
Mai decisione fu più azzeccata, riuscimmo a vendere quasi subito l’appartamento ricavando ciò che avevamo previsto, dopo poco i prezzi degli immobili crollarono e saremmo stati in grande difficoltà con le spese preventivate per la costruzione.

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Casale di Felino (8 di 9) #lecasenelricordo
Questa casa, seppur temporanea mi rese felice. Era a pochi chilometri da dove sarebbe sorta la nuova casa.
Era una fetta di casa a schiera piuttosto grande disposta su 3 livelli (avevamo una marea di mobili da collocare) e aveva un piccolo giardino.
Finalmente nei week end mi sembrava di essere in ferie, uscire dalla porta di casa e trovarmi in giardino, guardare dalla finestra e vedere i campi mi dava una felicità infinita, curammo la siepe di lauro ceraso che era ammalata in modo esemplare tanto che quando ce ne andammo era rigogliosa e sanissima.
Seminammo un po’ di prato e diserbammo la parte in ghiaia dietro casa.
Gli inquilini dopo di noi in un anno hanno fatta seccare metà siepe, reso incolto il prato, e quando mi sono fermata per scattare la foto ho visto la siepe ammalata, mezza secca e dall’aspetto disordinato, il prato spelacchiato e le piante non potate.
Credo che il proprietario ci rimpianga ancora.
Ricordo che mettemmo un biglietto alla vicina di casa (che occupava la metà di casa confinante con la nostra) scusandoci anticipatamente del disagio causato dal trasloco. Lei, reduce da vicini maleducati e non certo silenziosi venne immediatamente a conoscerci come se fossimo una specie in via di estinzione.
Ci siamo subito trovati in sintonia.
Ci siamo trovati così in sintonia che ha deciso di vendere la sua casa e di costruire nel lotto accanto a noi. Siamo ancora vicine di casa.
Abbiamo famiglie per nascita e famiglie che ci scegliamo nel corso degli anni. Con lei ci siamo scelte.
Abbiamo abitato in questa casa per 3 anni e finalmente in maggio 2009 abbiamo traslocato nella nostra nuova bellissima casa affrontando l’ennesimo trasloco.

 

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(9 di 9) #lecaseneiricordi Questa casa è frutto di una vendita fatta nel momento giusto, di denaro guadagnato con fatica e di una eredità lasciata a mio marito da uno zio. Non lo zio d’America ma lo zio Giovanni che se ne è andato prematuramente aiutandoci a realizzare un sogno. Nonostante avessimo scelto un’impresa di quello che doveva essere un amico (ora ex amico), purtroppo abbiamo avuto problemi e discussioni. Mi dicono accada a tutti, ma ci ho perso quasi la salute per seguire i lavori negli ultimi tempi. La casa era stata progettata secondo il nostro gusto, una casa nuova ma con mattoni vecchi, coppi vecchi, una parte di muro di sassi ecc. Il Comune purtroppo ha imposto vincoli di lottizzazione che ci hanno impedito di farla esattamente come avremmo voluto, ma siamo riusciti comunque a costruire una bellissima casa.
Dicono che solo la seconda volta riesci ad evitare gli errori che fai nella prima. Ecco io mi sparerei piuttosto di ricominciare da capo l’avventura di costruire una casa.
Non credo che avrei la forza di affrontare di nuovo tutto quanto.
Abbiamo sbagliato qualcosa?
Forse troppi errori in un giardino troppo grande, qualche pianta sbagliata perché mal consigliati, forse una lavanderia troppo piccola, ma la coibentazione eccezionale ci permette di dormire d’estate, in piena pianura padana, con finestre chiuse e senza aria condizionata. Quasi un miracolo.
Il quartiere poi è nato a poco a poco permettendo di creare con i vicini un clima amichevole e di reciproco aiuto. Situazione davvero rara e preziosa.
Mi considero molto fortunata, ogni trasloco è stato un cambiamento in meglio. Non sempre è così, le vicissitudini della vita possono riservare sorprese. Noi abbiamo avuto tante cose negative, lutti, malattie anche gravi di chi ci era caro, incomprensioni e rotture familiari, ma il nostro rapporto nelle avversità si è consolidato anziché spezzarsi e ad ogni trasloco abbiamo migliorato condizione di vita.
Non so se dovrò traslocare ancora, mi manca solo un sogno nel cassetto: vivere in un posto anche più piccolo ma con vista sulle onde del mare.
Bisogna sempre avere un sogno. Il mio è questo.

 

Grazie se siete arrivati fino qui. Se volete condividere cose della vostra vita e delle case in cui avete abitato aspetto di leggervi, potete farlo su Instagram o su Facebook. Però usate l’hashtag #lecaseneiricordi

 

 

Da questa piccola pallina ripiena di liquido dipende la mia vita. È incredibile come una cosa così piccola possa fare la differenza fra esserci e non esserci, fra sentirsi bene e non reggersi in piedi, fra avere battiti normali del cuore o tachicardia, fra avere energie o sentirsi privi di forze. Tutto dipende da questa piccola pillola. Può avere forme diverse, essere bianca, liquida, compressa o capsula molle. Può avere varie misure come un abito, quello che va bene a me non va bene per un altro. Cambia solo il prezzo, la possibilità di fruirne attraverso il Servizio Sanitario Nazionale oppure ancora la assimilazione dell’una o dell’altra composizione. Il suo nome è comunque sempre Tiroxina. Il motore dell’organismo, l’ormone che normalmente produce la tiroide ma che deve essere assunto se la tiroide non c’è più come nel mio caso. Ormai sono 17 anni che questo preparato sintetico mi permette di alzarmi ogni mattina, di fare una vita normale (o quasi) di continuare a far funzionare tutte le parti del corpo in modo normale. Quando ti dicono che la tua tiroide è fuori uso e devi toglierla, ti dicono anche che con una pillolina sostituirai quell’ormone che ti verrà a mancare. E tu ti senti tranquilla. Ecco non è proprio così, non per tutti almeno. A volte non tutto funziona a dovere così fai una vita (quasi) normale diciamo non al 100% ma al 90% e diventi a rischio di un po’ di carenze qua e là: calcio, vitamina D… cose varie. E via di integratori. La farmacia diventa la tua maggiore frequentazione. Ma sapete cosa penso? Meno male che quella pillolina c’è. La guardo controluce e penso che contiene il carburante della mia vita. E quante persone come me sono legate a una pillola o ad un’altro farmaco per vivere. Quindi grazie alla ricerca, alla medicina, al progresso, senza di loro non ci sarei più.

C’e una violenza che spesso non si vede. È la violenza psicologica. È quella violenza che si tiene nascosta che scava nell’anima e lascia ferite invisibili ma che fanno altrettanto male, che fanno spesso più male di quelle fisiche perché creano sensi di colpa come se la vittima delle violenze psicologiche si meritasse questo dolore. Sono violenza in famiglia, in coppia, sui luoghi di lavoro. Violenze quotidiane. Violenze senza fine. Occorrerebbe fare uscire dall’ombra queste situazioni perché chi ne è vittima ha un grande bisogno di aiuto. Parlatene perché parlarne è già aiuto.

Non occorre un giorno preciso per parlare di queste cose. Dobbiamo parlarne ogni giorno con chi ci è vicino, con chi incontriamo, suo social, ovunque.

(Da una idea di @lapostrofoaura su Instagram). #outoftheshadows

Oggi ho fatto un tortino zucchini ricotta e fontina. Trovo che i tortini siano uno dei capisaldi della cucina, possono essere preparati in anticipo se avete invitati a cena, sono aperitivo, piatto unico, sfizioso cibo da portare ad una cena organizzata fra amici. I tortini (o le quiche che prevedono la panna al posto della ricotta) sono gustosi e soprattutto potete farli con qualunque ingrediente vi venga in mente. Zucchini, spinaci, porri, zucca, radicchio trevigiano, patate e formaggi vari. Per questo tortino ho trifolato gli zucchini e una volta raffreddati ho unito la ricotta (ho usato la Santa Lucia perché non contiene panna ed è comoda ma voi potete comprare ricotta fresca) ho unito un po’ di fontina tagliata a dadini e un uovo per unire il tutto. Stesa la pasta sfoglia (che ho comprato in quelle comode versioni arrotolate e pronte all’uso), bucherellato il fondo e inserito il composto. Avevo altra pasta e l’ho utilizzata per fare una copertura fantasiosa sulla parte superiore. Ho spennellato con uovo sbattuto e cotto a 190 in forno ventilato (o 200 statico) finché la parte superiore non è diventata bella dorata (20-30 minuti) non ho volutamente inserito le quantità degli ingredienti perché potete spaziare secondo il vostro gusto. Buon appetito.

Se conoscete qualcuno che ha un melograno chiedetegli qualche melagrana (che in questo periodo arriva a maturazione) non solo per mangiarle, perché le nostre melagrane sono brusche e non dolci come quelle che vengono da Israele, ma per farle seccare e tenere in casa come buon auspicio e abbondanza perché è questo il significato più antico della melagrana. Io lo faccio ogni anno, il segreto è tenerla in un luogo fresco e asciutto e possibilmente dove ci sia circolazione di aria anche sotto (tipo una cesta), altrimenti dovrete girarla di frequente. Asciugherà conservando comunque il suo bel colore e rallegrerà la vostra casa. Comunque quelle più mature meritano di essere spremute anche se il succo richiederà un po’ di zucchero per essere più gradevole. Io lascio comunque i frutti più piccoli sulla pianta perché una volta matura si aprirà, come un bellissimo sorriso e farà la felicità degli uccellini che andranno a beccarne i semi.

Quanto il freddo cambia il colore alle ortensie facendole arrossare e al tatto sembra di toccare fiori di carta è il momento di raccogliere le più belle mettendole nei vasi per abbellire la vostra casa. Si conservano così senza appassire anche per anni. Le ortensie infatti non possono essere fatte seccare fresche come avviene per altri fiori come le rose ad esempio, appassirebbero inesorabilmente, devono invece essere fatte seccare sulla pianta. Io vi confesso che, una volta raccolte, le faccio stazionare per un paio di giorni in garage o in lavanderia per evitare di portarmi in casa ragnetti e/o cimici che nel giardino d’autunno è normale trovare tra i fiori. Soltanto dopo questa specie di quarantena le ortensie trovano posto in casa. Provate se le avete in giardino o fatevele regalare, sono di sicuro effetto decorativo.

Questa foto non è per niente bella, ma è un momento nostalgia.

Questa è la foto di una foto, molto molto vecchia.

È un setter irlandese, una femmina di setter irlandese, che con una fantasia incredibile chiamammo Diana, anche se lei non fu mai adibita a cacciare o a riportare prede.

In realtà la caccia ce l’aveva nel sangue, fuggiva nel campo di fronte a casa, faceva la cerca e poi si metteva in punta. Era bellissima, rossissima e morbidissima. Non so se avete mai visto un setter correre, è la grazia assoluta, così come invece è sgraziato mentre cammina.

L’ho amata moltissimo.

Come a volte accade purtroppo il distacco non fu la morte ma “la spartizione dei beni” in seguito ad una separazione. Così le dovetti dire addio ma ancora oggi penso a lei con dolcezza e ricordo ancora il suo naso umidiccio mentre veniva a chiedermi cibo.

Se non avete mai avuto un setter irlandese forse non potete capire, è dolce ma anche pazzo, è intelligente ma anche testardo.

Comunque sia vi catturerà il cuore.

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