Categoria: emozioni

Credo di essermi rotta.

Come se qualcosa di robusto, tenuto insieme per tanti anni dalla sua tempra, si fosse spezzato e fosse stato riparato con qualche colla speciale per durare tanti anni ancora ma ormai nemmeno quella colla bastasse più a tenerne insieme i pezzi.

Credo di essere stata forgiata con il miglior materiale possibile e poi temprata con anni di autodisciplina per sopravvivere ad eventi e mancanze che mi hanno accompagnato da sempre.

Chiunque mi conosca può testimoniare la mia capacità di autosufficienza, organizzativa e interventista in ogni situazione, la mia capacità di dare aiuto quando serve, di essere forte al momento giusto.

Ecco mi sono stancata di essere forte, sono stanca di indossare il mio sorriso ogni giorno, quel sorriso che mi sono portata appresso anche quando di sorridere non avevo davvero voglia ma è quel sorriso che spesso ha fatto stare meglio qualcuno oppure ha fatto dimenticare qualche problema oppure ancora ha predisposto gli altri in modo positivo nei miei confronti.

Un sorriso che è il mio biglietto da visita ma che spesso ha mascherato il dolore, la paura, la tristezza.

Sono stanca, anche fisicamente, ma non solo fisicamente e sto qui seduta a chiedermi se ho mai incontrato nella mia vita qualcuno che potrebbe fare per me quello che ho fatto per gli altri a parte l’uomo che ha deciso di starmi a fianco e che conosce le mie debolezze.

Ho sempre dato di me l’impressione di una donna indipendente e infallibile, capace di qualunque cosa, ma dentro ho combattuto battaglie infinite, notti insonni, attacchi di panico, ogni tipo di paura.

So anche di non essere l’unica donna a comportarsi in questo modo, donne Alpha le chiamano, quelle determinate, quelle che hanno combattuto per affermarsi, sicure del loro valore, responsabili di ogni loro azione.

Credo ormai di aver usato tutto il carburante e di essere rimasta a secco nello sforzo di andare sempre a mille e non fare mai pesare i miei problemi sugli altri, perché chi è abituato ad aiutare sempre non ha mai imparato a chiedere aiuto.

Purtroppo tutti abbiamo bisogno di qualcuno, tutti abbiamo bisogno di aiuto.

Purtroppo gli altri, con i loro atteggiamenti, possono farci male, molto male, anche se non lo mostriamo quasi mai.

Credo che d’ora in poi permetterò alle persone di vedere le mie ferite e forse sarà visibile la mia vulnerabilità che ho sempre tenuto nascosta.

Non smetterò di aiutare gli altri e di essere forte, perché ormai è la mia vita, ma non permetterò più alle persone di ferirmi senza capire quanto male mi fanno e soprattutto mi allontanerò dalle persone che, nonostante abbiano vissuto il mio dolore perché io stessa più volte glielo ho mostrato, hanno fatto finta di nulla perché era più comodo così, perché era più comodo usarmi.

Cercherò un collante che mi rimetta insieme, che mi permetta di stare in piedi in modo autonomo ma contemporaneamente impedisca agli altri di spezzarmi ancora.

Me lo devo.

 

Tanti anni fa, appena diplomata, ho avuto un paio di esperienze come educatrice di scuola materna.
Esperienze gratuite, di tirocinio, che mi avrebbero fruttato probabilmente solo dei punteggi in graduatoria al Provveditorato.
La prima è stata nella scuola materna gestita dalle suore dove io ho studiato e dove, da piccola, io stessa ho frequentato l’asilo (si chiamava così allora).
La seconda in un Scuola materna comunale dove rivestivo la figura di insegnante di appoggio di un bambino portatore di handicap.
Entrambe le esperienze sono state di crescita ed entrambe mi hanno lasciato ricordi belli e brutti.
L’esperienza con Chicco, piccolo spastico di 5 anni, bellissimo con quei riccioli morbidi e neri, che all’inizio dell’anno di scuola era l’equivalente di un sacco di patate e alla fine dell’anno era in grado di mangiare quasi da solo e mi chiamava Tonna, è stata una delle esperienze più edificanti della mia vita. Emozione indicibile. 
Non entro nel merito di quanto sia stato traumatico per me frequentare un istituto gestito da suore perchè meriterebbe un capitolo a parte.
Ricordo nitidamente una bambina, minuta e con due grandi occhi scuri che era terrorizzata dall’essere in un luogo a lei così poco familiare e che non voleva proprio restare alla scuola materna.
Quella bimba si aggrappava al grembiule da “maestra” che indossavo e non si voleva staccare da me nemmeno se, presa da necessità fisiologiche, dovevo andare al bagno.
Ricordo bene il suo sguardo smarrito e la pelle morbida della sua piccola manina che tentava di restare costantemente nella mia quasi ad assorbire un coraggio che non aveva.
Il ricordo di quella bimba è ancora vivo.
In seguito ho avuto un’altra esperienza simile di una piccola che arrivava accompagnata dai genitori e come prima cosa rimetteva quel poco di colazione che la mamma era riuscita a farle prendere. Anche per lei ero un porto sicuro. L’ho incontrata tanti anni dopo sull’autobus, mamma felice di due creature, e mi ha rivelato che mi avrebbe ricordato sempre come colei che le aveva permesso di superare l’abbandono e diventare una socievole bimba.
Tutto questo per dirvi che oggi, che non era una giornata cominciata benissimo, una di quelle giornate che percepisci in salita e invece, andando al mio appuntamento settimanale di Pilates, ha svoltato.
Non sto a dirvi come è accaduto che ci riconoscessimo, attraverso racconti di tempi passati, lei era li che faceva il suo pilates e scopriva che io ero quella “maestra”, quella che era la sua ancora di salvataggio e io riconoscevo in lei la piccola morettina dagli occhi scuri e spaventati.
Lei mi ha ricordato commossa che di quel periodo – da lei rimosso – l’unica cosa che ricordava era il mio viso.
Non la sua maestra (non ricordava nemmeno di che colore avesse i capelli né tanto meno il nome) ma ricordava me, presenza tranquillizzante in un mondo che le faceva paura.
L’ho abbracciata come, forse, la abbracciavo allora e la mia giornata ha recuperato significato.
Lo so, sembra assurdo, ma basta così poco per emozionarsi.
Lei oggi mi ha ricordato che quegli anni, rimasti esperienza isolata, (nella vita ho fatto poi tutt’altro) non erano stati inutili per me e per i piccoli che di me hanno un ricordo.
Chicco non c’è più ma sono certa che oggi anche lui ha fatto il tifo perché io e “occhi di cerbiatto” potessimo incontrarci, ricordare ed abbracciarci.
Uno squarcio sulla memoria di tempi passati, emozioni insostituibili e dolcezze inaspettate.