Categoria: ricordi

A volte si presentano seconde possibilità. Per noi è stato così.

Chi l’avrebbe mai detto, quando ci siamo incontrati giovanissimi e ci siamo piaciuti ma poi ci siamo lasciati perché probabilmente non era il momento di costruire una relazione seria e duratura, che oggi saremmo stati qui a guardarci negli occhi e a festeggiare 25 anni di matrimonio?

Chi l’avrebbe immaginato che, nonostante entrambi avessimo deciso di sposare altre persone, ci saremmo incontrati di nuovo liberi e pronti finalmente per una relazione stabile?

Quale destino ha deciso di farci incontrare per strada mentre uscivo dall’avvocato che stava curando la mia separazione?

Credo che siano state le difficoltà della vita, che ci siamo trovati ad affrontare all’inizio della nostra “seconda possibilità”, che ci hanno fatto capire che potevamo andare avanti senza paura.

Io appoggio te, tu appoggi me. La forza che passa dall’uno all’altro in caso di necessità, un fluido invisibile ma potente.

La ricetta per riuscire in questa impresa? Tanta maturità,  condivisione, rispetto, compromessi, scontri, passi avanti, passi indietro, accettazione, complicità, affetto immenso.

La voglia di raccontarci ancora, di tenerci per mano per strada, di baciarci e abbracciarci anche in pubblico, di scherzare come bambini, di sopportare i nostri difetti, di condividere le cose importanti della vita.

Io tutto ieri, tu tutto domani, ma forse ce la facciamo a fare qualcosa oggi. Due teste dure che non ci siamo ancora rotte. Eppure non riesco ad immaginare la vita senza di te.

25 anni di matrimonio. Un altro numero da aggiungere alla nostra storia.

Ora vengo a sussurrarti in un orecchio se ti va di andare avanti ancora a cercare un altro traguardo.

Auguri amore mio.

 

IMG_0193

 



Ti penso 
quando cerco di smontare o rimontare qualcosa
quando faccio funzionare di nuovo una luce o un apparecchio elettrico
quando qualcosa mi fa commuovere e penso che ti saresti commosso anche tu 
quando vedo un anziano camminare un po’ claudicante e insicuro 
quando scelgo il giallo di un fiore perché era il tuo colore preferito 
quando butto indietro la testa per ingoiare una pastiglia così come facevi anche tu
quando dalla finestra della cucina vedo la pianta alta e snella che ho piantato per te 
quando guardo le tue foto prima di andare a dormire, le foto dove sorridi, perché tu sorridi sempre per me
quando mi viene una battuta ironica e penso che la mia ironia è l’eredità della tua ironia 
quando va tutto male in certi rapporti e penso che adesso tu forse vedi perché va tutto male 
quando penso a quelle gambe perfette che avevi e ti facevano volare in bicicletta e arrampicarti per ore sulle scale, quelle gambe che, alla fine, ti hanno tradito 
quando penso alle tue dita lunghe e nervose che toccavano tutto per scoprirne sostanza e funzionamento
quando passo nel punto di strada in cui guidavo per arrivare da te e mi raggiunse la telefonata priva di delicatezza  “non respira più” e mi faccio ogni volta un segno di croce 

quante volte ti penso e capisco che la tristezza si trasforma lentamente in dolcezza e consolazione 
In fondo sono solo passati due anni ma in fondo sono già passati due anni. 
Due anni senza di te, papà.

Oggi è la giornata del ricordo. 
Un anno è passato e certi eventi rimangono scolpiti nel cuore. 
Mancanze che non smettono di essere mancanze, vuoti che non si colmano. 
Pensieri che non riusciamo ad incanalare e organizzare come il resto delle cose della vita e stanno lì a ricordarci quanto siamo fragili. 
Pensieri che sfuggono al controllo continuamente e a volte strappano un sorriso, a volte una lacrima, a volte coprono di ombre un panorama. 
È vero quando dicono che la vita continua comunque ma quei pensieri arrivano quando meno te li aspetti e diventano presenze vive a ricordare le assenze. 
In fondo mio padre è ancora qui ad accompagnare i miei giorni e sono certa che lo sappia, ovunque sia la sua anima. 
Quando ero una ragazzina, appena adolescente, abitavo vicino a quella che veniva definita “la Villa” in viale Barilla. Questo residence era la residenza dei giocatori del Parma “scapoli”, quelli che non avevano una famiglia e quindi non disponevano di appartamenti più grandi in altri luoghi della città.
Con le mie amiche avevamo conosciuto la maggior parte di questi giocatori, qualcuno belloccio e piuttosto affascinante ai nostri occhi.
La mia casa (con giardino) era luogo di ritrovo di alcuni di questi giocatori, che nella stagione calda, trascorrevano qualche ora in compagnia, prima del coprifuoco e del ritiro notturno.
Erano i tempi di Andreoli, Colonnelli, Daolio, Ferrari, Fabbris, Neumair, Bressani, Barone, Beccaria, Morra, Bonci ecc.
Erano i tempi in cui Andreoli prendeva in prestito la mia bicicletta per andare agli allenamenti (abitavo a un paio di chilometri dallo Stadio).
Erano i tempi in cui ci trovavamo per bere qualcosa il pomeriggio al Bar San Michele in via Repubblica e Beccaria parcheggiava la macchina regolarmente in divieto di sosta ed entrava dicendo “Antò sta a guardá se arriva er viggile!”
Erano i tempi in cui una mia amica si innamorava di Barone e alcuni anni dopo lo sposava.
Erano i tempi in cui mia madre provava la febbre a Fabbris che non si sentiva bene.
Erano i tempi in cui imparavo dove era Brunico perché ci abitava il biondo e ricciolo Neumair.
Erano i tempi in cui ero triste perché Bressani si era infortunato e non poteva giocare.
Erano i tempi in cui il Parma iniziava dalla C la scalata che lo avrebbe portato ai massimi livelli.
Erano i tempi belli…
Vedere quello che sta succedendo al Parma Calcio oggi, sull’orlo del fallimento, mi fa tornare alla mente questi ricordi e mi lascia nell’animo una tristezza infinita.
Ho ripensato alle estati di quando ero piccola o adolescente, le estati che tutti ricordano, quelle in genere spensierate, quelle che lasciavano liberi dalla scuola, quelle che non sapevamo fossero le migliori.
Le mie estati significavano campagna e mare.

 

Il mare un mese di casa in affitto, con papà che arrivava in vespa nei week end e a ferragosto perché doveva lavorare e campagna dai nonni. Anzi dal nonno perché la nonna era morta quando io avevo pochi mesi e lui si era risposato con una donna che io non ho mai considerato nonna perché la nonna non sapeva fare. Era così allegra che in famiglia era soprannominata “due di novembre”. Fate voi.
Campagna significava anche visite ai nonni paterni che abitavano lì vicino ma che erano sempre impegnati nei campi e nella stalla.
Così ripensando a quel periodo piccoli flash di memoria mi hanno riportato alla mente episodi dimenticati.
L’assoluto divieto di avvicinarmi alla bottega del nonno (era falegname) durante il giorno perché i macchinari erano molto pericolosi, ma la gioia serale quando il nonno, staccato l’interruttore generale mi permetteva con un grosso pennello di pulire la polvere di legno e i trucioli che durante il giorno avevano ricoperto le sue zone di lavoro.
Il profumo di basilico quando il nonno si chinava a prendermi in spalla perché aveva sempre un ciuffetto di basilico fra le labbra.
Le prugne zucchelle rigorosamente acerbe di cui mi riempivo le tasche di nascosto (se mi vedevano urlavano che mi avrebbe fatto male la pancia) e che mangiavo, sempre di nascosto, mentre giocavo con gli altri bambini a nascondino.
L’ubriacatura appena undicenne (unica della mia vita) perché una amichetta poco più grande di me aveva preparato i ghiaccioli di Liquore Strega naturalmente facendomeli assaggiare senza dirmi di che cosa erano fatti, ed erano così buoni e freschi che ne succhiai così tanti da dover fingere un mal di testa  e andare subito a letto per nascondere a tutti la mia bravata.
Il nonno non capì ma avrebbe dovuto visto che non mangiai e ancora oggi tutti sanno che se non mangio ci deve essere una ragione così grave da doversi preoccupare.
Le corse nei prati con il cagnolino del nonno e il suo infilarsi sotto la mia sdraio mentre riposavo il pomeriggio, un meticcio simile ad un volpino completamente bianco che adoravo.
Lui che faceva incursioni nella catasta di legna in cantina a catturare piccoli topini e che stava ore in punta per catturare un riccio tornando con la sua preda e gli aculei conficcati nella pelle sanguinante, e che terminò la sua vita mentre correva dalle sue “amanti” in calore schiacciato da un camion. Il primo grande dolore della mia vita. 
Per anni vedemmo in giro piccoli cloni di Riky nati dalle cagnoline che lui amava in paese.
Il pozzo da cui saliva, tirando una catena che scorreva su una carrucola, un secchio con l’acqua più fresca e buona che io abbia mai bevuto, e che gustavo avidamente sorseggiandola da una mescola che tenevamo appesa ad un chiodo. Ora l’acqua di quel pozzo è inquinata e non più potabile e serve giusto per irrigare.
I pomeriggi passati a tagliare le cime delle cipolle nell’aia e metterle in cassette perché il nonno paterno, che non mi ospitava ma abitava lì vicino, era fattore e gestiva campi e bestiame per “il padrone”.
Le mucche nelle stalle che avevano un nome ciascuna scritto a mano su una tavoletta di legno (Stella, Nera, Bigia, Rosa, Lalla ecc.) e i vitellini appena nati, e poi i pulcini dentro le cassette che diventavano sgraziati polli, e cercare le uova deposte dalle galline ancora calde.
I conigli liberi nel grosso serraglio, io che cercavo di accarezzarli perché erano così morbidi ma che qualche volta mi morsicavano con quei denti aguzzi e bramosi di bucce di cocomero che portavo con parsimonia perché troppa poteva far loro male. E l’inevitabile fine dei conigli che mi veniva risparmiata salvo nella “spelatura” che mi veniva descritta come “togliamo il pigiama al coniglio”. 
Confesso che anche ora, in età adulta, non riesco a mangiare conigli.
I gattini che avevo trovato in un fienile e portandoli orgogliosa a far veder al nonno mi si erano arrampicati in testa graffiandomi tutta la faccia perché mi era venuto incontro il cane abbaiando.
Le escursioni al caseificio per farci dare il “tosone” che mangiavamo avidamente mentre tornavamo a casa.
Il teatrino che io e Marilena (quella del Liquore Strega) allestivamo per gli abitanti delle case vicine che si sedevano sulle panche e ci ascoltavano recitare quei versi imparati a memoria e applaudivano ad ogni nostra esibizione.
Il piccolo canale con l’acqua limpida in cui volavano libellule e dove l’acqua arrivava alle cosce e rinfrescava nelle calde giornate estive. Impensabile adesso pensare di infilare anche solo un piede nell’acqua del canale.
I bozzi causati dalle ortiche dove inevitabilmente si finiva risalendo dal canale.
E tanti altri ricordi che fluiscono ad uno ad uno e che potrebbero essere materiale per un libro nelle mani di un esperto scrittore ma troppo estesi per un blog.
Mi fermo qui dopo avervi regalato piccoli scorci delle mie estati serene e del mare vi racconterò un’altra volta.

Tutto è nato per caso e per una fortunata intuizione.
Dopo un invito a postare una foto senza filtri e senza trucchi di @ValeSantaSubito al quale mi sono prestata di buon grado al grido di “io non ho paura nemmeno delle rughe”  postando una foto senza trucchi e senza inganni, il giorno dopo per “pareggiare il conto” ho pensato di consolarmi postando una foto di diversi anni fa, quando i segni di espressione (chiamiamoli così che suona meglio)  ancora non avevano sfiorato il mio viso.
Ecco il tweet.
in quel momento ho pensato un hashtag che mi sembrava più che adatto, in ricordo anche di uno dei film più belli che ho visto, con Robert Redford e Barbra Streisand:
 #comeeravamo 
L’ora però era tarda – era già passata la mezzanotte – chiacchierando con la mia amica di twitter @kanguchic ho lanciato la proposta
ecco il tweet
e poi ho invitato tutti a partecipare
postando poi un paio di foto:

Pensavo che la cosa non avrebbe avuto un seguito, visto che era davvero molto tardi, ma mi sbagliavo il giorno dopo avevo da fare e mi sono collegata a twitter verso l’ora di pranzo…. ero sommersa dalle menzioni!

L’hashtag era piaciuto e funzionava alla grande, tanto che poco dopo pranzo l’hashtag era finito al primo posto dei TT mobile per rimanerci fino a sera e retrocedere alla terza posizione solo il giorno successivo.

Non avrei mai immaginato un successo così, moltissimi mi hanno ringraziato per aver riaperto il cassetto o il baule dei ricordi per cercare una foto da inserire, moltissimi hanno messo le loro foto da bambini e con i genitori, i ricordi più belli…. qualcuno si è lamentato per l’invasione di foto in TL…
Abbiamo avuto un intervento anche originale, quello della Nutella
… addirittura un selfie di @lddio
Alcuni tweet decisamente scontati nell’ironia che hanno postato l’immagine di uno spermatozoo per “comeeravamo” 
Ho perso il conto ma direi che le fotografie inviate e i conseguenti tweet sono stati quasi 4000…  e ancora stanno continuando… incredibile.
@kanguchic in un impeto di generosità, del quale sono certa si è pentita, ha addirittura estrapolato alcune immagini per creare due video: 
coadiuvata nella parte musicale da: @laresadeitonti 

io stessa ho riesumato foto che fanno parte del mio passato:

ed infine la ciliegina sulla torta: @Parmaquotidiano un quotidiano on-line della mia città mi ha dedicato questo articolo: 

Credo che il successo sia dovuto al fatto che ognuno di noi ha la propria parte migliore nei ricordi più belli, quelli dell’infanzia quelli che rendono felici ma anche nostalgici di un tempo che non è più, di quando eravamo spensierati, di quando qualcuno si prendeva cura di noi, di quando una abbraccio era la cosa più importante. Un ricordo, a volte, di chi non c’è più e della parte di noi che si è persa con gli accadimenti della vita ma che non è mai sparita e resta a ricordarci…. COMEERAVAMO.
Grazie a tutti.