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Ho iniziato questo percorso della memoria su instagram, raccontando di ogni casa che ho abitato e di ogni trasloco. 9 case che hanno visto uno spaccato della mia vita. Voglio condividere anche sul blog questo racconto che sarà un po’ lungo ma che potrete leggere poco a poco.

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Via Budellungo (1 di 9) #lecasenelricordo Questa è la casa dove i miei genitori, appena sposati, sono andati ad abitare.
Io dovevo nascere proprio in questo appartamento, se non fosse che dopo ore ed ore di doloroso travaglio di mia madre, mia nonna decise che doveva chiamare l’ambulanza, contrariamente al parere dell’ostetrica che assisteva al parto. Così mi ha salvato la vita. Il cordone ombelicale attorno al collo mi impediva di uscire e se avessi avuto mancanza di ossigeno non voglio pensare a cosa sarebbe successo. Ho sempre pensato che mia nonna avesse fatto un voto a Sant’Antonio da Padova (di qui il mio nome) del quale era devota. La sua vita per la mia. Io sopravvissi e lei morì quando avevo poco più di 3 mesi. Ben poco ricordo di questa casa, solo alcuni flash dei mobili che conteneva. I racconti dei miei genitori hanno sempre riempito il vuoto. Non avevamo la TV e i programmi più famosi si andavano a guardare al bar poco lontano da casa. Non avevamo il telefono, mia madre avvisava mio padre se era al bar a guardare le partite di calcio con gli amici, accendendo e spegnendo una luce della camera (tipo segnali morse) per richiamarlo a casa. Spesso accadeva perché aveva rotto il biberon (che ai tempi erano di vetro) e ne occorreva un altro per darmi il latte. Si, il biberon perché ero nutrita a latte artificiale e per fortuna mio padre aveva un amico alla Carlo Erba per ottenere il latte in polvere con un po’ di sconto. È stata la casa della gioia perché sono nata io, è stata la casa del dolore perché è morta mia nonna a soli 43 anni.
Questa è stata la mia casa fino a poco più di 3 anni, poi ci siamo trasferiti in una casa vicina a dove mio padre lavorava come dipendente elettricista. 

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Via della Repubblica (2 di 9) #lecasenelricordo
In pieno centro, in una via principale della città
Ho vissuto in questa casa dai 3 ai 6 anni. Questo appartamento lo ricordo, aveva una cucina con una vetrata su un giardinetto interno, la stufa a legna, il bagno ricavato su un ex balcone (come spesso accadeva in queste vecchie case). Mio padre faceva frequenti trasferte a Milano e Torino e ricordo che quando tornava mi portava sempre un piccolo dono. A volte figurine della Liebig (si quella dei dadi) credo di essere una delle poche persone che ha un album completo di queste figurine. Chi poteva infatti mangiare tanti dadi per poterne fare una raccolta completa?
Quando mia madre usciva (lei non lavorava) mi lasciava a due sarte che vivevano sotto il nostro appartamento, il mio gioco preferito era spargere degli spillini su una sedia e con una calamita farli girare a formare strane figure. Avevo 4 anni capite? Giocavo con gli spillini! Oggi inorridirebbero vedendo un simile gioco in mano ad un bambino. A 5 anni iniziai la scuola materna dalle suore, vicino a casa. Le mie prime amicizie sono nate nel giardino di fianco, dove giocavo con due bimbe della mia età. A volte c’era anche una bambina più grande che ci metteva in punizione e ci faceva fare quello che voleva lei. La odiavo. Ricordo una grande pianta di fichi e a volte eravamo in tanti bambini a giocare e capitava che, con i fichi maturi, sporcassimo le lenzuola stese… dovevate sentire gli urli delle donne alle finestre.
Mio padre era bravo nel suo lavoro e mia madre non voleva più rimanere sola mentre mio padre era in trasferta così lui prese una decisione importante e rischiosa. Quella di iniziare a lavorare come artigiano autonomo. Avrebbe potuto rilevare l’attività del suo titolare che comprendeva anche la gestione di un negozio di materiale elettrico, questo avrebbe implicato far lavorare mia madre e occorreva un po’ di capitale per acquistare la merce già esistente. Capitale che lui non aveva. Così decise di licenziarsi e iniziare da capo, da solo. Trovarono un appartamento in una casa che aveva, a piano terra, un magazzino per poter iniziare l’attività . Fu un vero e proprio salto nel buio.

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Viale Tanara (3 di 9) #lecasenelricordo
Ho vissuto in questa casa dai 6 ai 19 anni. Questo appartamento (sempre in affitto) era in una piccola palazzina con un bellissimo giardino pieno di piante e uno splendido bersò con una meravigliosa rosa rampicante (ho iniziato ad amare le piante qui forse?) c’era un tavolino di granito con una scacchiera dove ho imparato a giocare a Dama. C’era un glicine che girava aggrappato a tutta la cancellata e una siepe di bosso perfettamente curata. Oggi quel giardino non esiste più. Nessuno l’ha più curato ed è andato alla malora. L’appartamento aveva un grande ingresso, una piccola cucina, una sala da pranzo, un bagno e due camere da letto. Era affacciato su una via molto trafficata perché allora la via era di circonvallazione e a doppio senso di marcia, però era grande e luminoso. Finalmente avevamo il telefono che doveva servire per l’attività di mio padre. Mamma doveva stare in casa il più possibile per ricevere le telefonate dei clienti… magari ci fossero stati i cellulari!!
Mio padre ha iniziato infatti qui la ditta di impianti elettrici (nel grande magazzino sotto casa) prima da solo – i primi tempi parecchio difficili perché ovviamente non aveva clienti e doveva farsi conoscere – ma con grande caparbietà, volontà e precisione piano piano i clienti arrivarono e anche alcune commesse importanti tanto che fece entrare nella ditta i suoi 2 fratelli prima come apprendisti, poi dipendenti, poi coadiuvanti e infine tanti anni dopo come soci. Qui assunse anche il suo primo dipendente. In casa venivano fatti i conti per elaborare le fatture che mia madre batteva a macchina. Sulle fatture la tassa si chiamava IGE e l’IVA ancora non esisteva.
Quando stavo per compiere 7 anni è nato mio fratello.
Vicino a casa c’era la Fabbrica dell’Eridania, dove venivano trasformate le barbabietole da zucchero, dalla finestra della cucina vedevo la ciminiera della fabbrica, ciminiera che ancora oggi si staglia a ricordo della fabbrica che ora non c’è più e che poco tempo fa è stata colpita da un fulmine rimanendo danneggiata.
Uno dei più bei ricordi che ho di questa casa è una mattina di Santa Lucia dove trovai un regalo meraviglioso: una bellissima culla rosa per la bambola. Dopo tanti anni seppi che un cliente di mio padre mi aveva fatto recapitare questo regalo perché apprezzava molto mio padre e non aveva figli. Quel mattino è ancora stampato nella mia memoria.
Così come stampati nella memoria sono i vetri appannati quando faceva freddo e mamma preparava il brodo la domenica.
Di questa casa ricordo ogni abitante, la “nonna Gianna” (così la chiamava mio fratello) una simpatica signora che ci faceva un po’ da nonna e nel cui appartamento ho studiato per l’esame di maturità perché era più silenzioso, un inquilino che era quasi cieco e che intrattenevo cantando in giardino per fargli compagnia. Dante, al piano rialzato, che teneva curato il giardino e con il quale facevo a gara a chi mangiava spicchi di limone senza fare smorfie. I vicini di ballatoio che avevano una bimba bionda dell’età di mio fratello.
Ricordo quando allagammo le scale comuni perché la lavatrice aveva perso acqua.
Qui ho trascorso tutta la mia adolescenza, ho vissuto i primi amori, ho studiato, ho frequentato una stupenda compagnia di amici che ancora oggi vedo di tanto in tanto, ho conseguito la maturità, ho iniziato a lavorare in una scuola materna, ho fatto la baby sitter, ho imparato a guidare e preso la patente, ho iniziato il lavoro di impiegata che mi avrebbe poi portato a studiare per diventare Consulente del lavoro.
Qui nel tempo libero ascoltavo Radio Parma dove un giovane Mauro Coruzzi ci intratteneva e i tempi in cui sarebbe diventato “Platinette” erano ancora lontani. Qui scrivevo poesie (oltre 200 strazianti, malinconiche poesie)
Qui nascondevo le prime sigarette nella siepe del giardino.
Qui vennero a trovarmi i giovani calciatori del Parma che avevo conosciuto con le mie amiche e che vivevano in un vicino residence.
In questa casa mi ribellai a mia madre che mi tagliava sempre i capelli e li feci crescere fino alla vita, benché lei mi minacciasse spesso di tagliarmeli nel sonno…
L’attività di papà, prosperava, quindi la sede della ditta venne spostata in altro luogo, con uffici, un’impiegata (alla quale io stessa ho insegnato ad elaborare le paghe) altri dipendenti.
Finalmente mio padre poté decidere di acquistare una appartamento e smettere di pagare l’affitto.

Nota: negli ultimi anni questi appartamenti sono stati adibiti a uffici. C’è stato anche un ufficio di Consulenti del Lavoro. Se non è destino questo.

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Via XXIV Maggio (4 di 9) #lecasenelricordo In questa casa hanno abitato i miei genitori fino agli ultimi giorni della loro vita.
Questo appartamento è stato venduto proprio il mese scorso.
Una vita intera chiusa in una manciata di scatoloni.
Questo condominio è nato proprio sotto i nostri occhi.
Mio padre infatti acquistò l’appartamento sulla carta quando ancora c’erano solo le fondamenta del condominio.
Ricordo quanto entravamo a prendere misure mentre ancora mancava l’intonaco ai muri.
Finalmente una casa nostra, niente più affitto, un appartamento grande con due bagni, un bel balcone, solaio, cantina e un garage doppio. L’impianto elettrico ovviamente fatto da papà.
La camera riservata a me era decisamente piccola ma io ero grande, scelsi io la più piccola, nei calcoli prima o poi me ne sarei andata di casa ed in effetti ho abitato in questa casa solo 5 anni. Avevo 19 anni quando traslocammo e questo fu il primo trasloco a cui partecipai attivamente.
Facevo chilometri in bicicletta per andare al lavoro che era vicino a dove abitavo prima.
Abitavo già qui quando conobbi il mio attuale marito con il quale ebbi una piccola storia finita troppo presto. In quel momento non era destino che la nostra storia continuasse. Ma il destino è paziente e sa aspettare. (ma questa è un’altra storia).
Abitavo qui quando andai per la prima volta in vacanza da sola, con due amiche all’Isola D’Elba. Io ai tempi avevo “ereditato” la 127 gialla che era di papà, una delle amiche aveva l’auto nuova, suo padre ci permise di usarla ma solo se avessi guidato io.
Evidentemente davo l’impressione di essere affidabile.
Abitavo qui una sera in cui un terribile temporale allagò un sacco di zone della città. Rientrando tardi mi accorsi che l’ascensore faceva uno strano rumore di sgocciolamento, la discesa dei garage si stava allagando, suonai a tutti e portammo le auto in strada.
Il giorno dopo ricordo che c’era più di un metro d’acqua e i garage tutti allagati. A noi era andata bene perché almeno avevamo salvato le auto.
Abitavo qui quando soffrii di attacchi di panico. Uno dei capitoli più brutti e infelici della mia vita.
Abitavo qui quando diedi l’esame di stato per diventare Consulente del Lavoro.
Abitavo qui quando conobbi il mio primo marito.
Abitavo qui quando decisi di licenziarmi per iniziare la libera professione. Un salto nel buio come quello che fece mio padre.
Abitavo qui quando uscii di casa vestita da sposa e mio padre mi chiese “sei sicura?”
No, forse non ero sicura, forse già sapevo che stavo sbagliando, ma volevo uscire di casa.
E naturalmente dopo essermi sposata traslocai nell’appartamento che avrei diviso con mio marito. 

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Via Amendola (5 di 9) #lecasenelricordo
In questo enorme condominio possedeva un appartamento il mio ex marito, era da sistemare e ricordo che passammo ore ed ore ad abbattere un muro, a scrostare le altre pareti da strati e strati di pitture di indefinibili colori, a ricoprire con ceramica nuova il vecchio pavimento di graniglia.
L’appartamento aveva la camera che si affacciava su una strada di grande traffico, ci svegliavamo con la sirena del turno del mattino della ditta Bormioli.
La cucina aveva la finestra verso un cortile interno, con quei ballatoi tipici delle case di ringhiera. Dovetti combattere con quei simpatici animaletti striscianti che compaiono la notte, sopportare vicini che facevano casino ed abituarmi di nuovo al rumore del traffico.
In questo appartamento, nell’unico balcone chiuso, il mio ex marito si mise ad allevare decine di canarini.
Ricordo una “canarina” che passava pagliuzze e piccole piume nella gabbia a fianco perché la sua “vicina” potesse costruire un nido. Dava loro per premio un pinolo ogni tanto finché un’uccellino riuscì a fuggire dalla gabbia e morì felice mangiandosi tutti i pinoli. Ho visto schiudersi decine di uova e uscire piccoli esseri implumi. Ho ascoltato gorgheggi a coprire il rumore fastidioso di una via trafficata.
In questo appartamento ha passato i primi mesi di vita il mio primo cane, un bellissimo setter irlandese femmina.
In una stanza di questo appartamento ho iniziato la mia attività di Consulente del Lavoro mentre continuavo a lavorare part-time presso una ditta dall’altra parte della città.
Per la cronaca i chilometri in bicicletta diventavano una costante perché avevo trovato un lavoro a due passi da dove abitavo prima. Il solito destino beffardo.
Ricordo che avevo spesso incubi notturni, sognavo di essere in un grande garage e all’improvviso si chiudeva la porta basculante e io non potevo uscire perché non trovavo le scarpe, così rimanevo chiusa al buio.
Il mio inconscio mi mandava segnali, ero in una specie di trappola ma ancora non lo sapevo.
In questo appartamento siamo rimasti tre anni, solo tre anni perché un giorno stanca di perdere tempo per andare al lavoro mi venne una idea geniale. 

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Via Venezia (6 di 9) #lecasenelricordo
Mio padre e i suoi fratelli avevano fatto costruire come sede della ditta un capannone con palazzina uffici. Sopra gli uffici c’erano due appartamenti, uno più grande e uno più piccolo.
Dopo un consiglio di famiglia (papà e zii) concordai un affitto ad equo canone ed ottenni di abitare nel più grande e di fissare la sede della mia attività professionale nel più piccolo. Finalmente non avrei più dovuto perdere tempo per andare al lavoro ma semplicemente attraversare un pianerottolo.
Piano piano le ditte a cui fornivo consulenza giuslavoristica iniziarono ad aumentare tanto che assunsi la mia prima dipendente scegliendola fra i partecipanti ad un corso di cui ero docente.
Anche il Setter irlandese aveva finalmente spazio per muoversi libero anche se, come tutti i cani, preferiva intrufolarsi in casa.
La sera il quartiere (che era un quartiere artigiano) si svuotava di tutte le persone che ci lavoravano e diventava un’oasi di pace e silenzio a parte qualche cane che abbaiava un po’ troppo.
Un po’ meno silenzioso era il sabato mattina quando nell’ufficio sotto si svolgeva l’incontro fra i fratelli per pianificare il lavoro della settimana. Sembrava litigassero mentre invece era semplicemente il tono normale della voce della nostra famiglia. Che io ovviamente ho ereditato con gran gioia di mio marito.
In questa casa ho passato i momenti più brutti del mio precedente matrimonio. Qui ho vissuto da sola dopo essermi separata e non è stato semplice abitare da sola in un quartiere quasi deserto con una casa in costruzione a fianco. Ma avevo voluto io la separazione e mi ritrovai con un coraggio inaspettato. Da sola perché anche il cane rientrò, come una specie di figlio, nella “spartizione dei beni” e non restò a vivere con me e non chiesi nemmeno un “diritto di visita”. Quando si chiudono porte bisogna evitare che resti un solo spiraglio aperto. Per tanto tempo però mi svegliai di notte convinta di sentire piangere il cane in cortile.
Fu un periodo veramente pesante, ma la vita è imprevedibile, ti da e ti toglie nello stesso momento per bilanciare gli eventi.
Abitavo qui quando uscendo dall’avvocato che curava la mia separazione sono andata a sbattere contro quel ragazzo che tanti anni prima mi aveva fatto battere il cuore. Quel ragazzo che ho rivisto dopo la separazione e con il quale ho iniziato l’anno dopo una nuova vita. Quel ragazzo che oggi è mio marito da 26 anni, abitavamo qui infatti quando abbiamo deciso di sposarci.
Per riassumere, in questa casa ho abitato per 10 anni dall’85 al 95.
4 anni con il mio ex marito, 1 anni da sola e 5 anni con il mio attuale marito.
Per più di 10 anni è stata la sede del mio Studio professionale.
Però poi abbiamo deciso che era ora di cercare qualcosa di meglio, qualcosa di nostro. Mio marito vendette il suo appartamento da single e iniziammo a cercare una casa nostra.
La trovammo e dovemmo fare qualche lavoro di ristrutturazione prima di traslocare, lavori che dovetti seguire da sola perché mio marito a quei tempi lavorava a Bologna e rientrava sempre tardi, mettemmo a dura prova il nostro matrimonio.
Fu un periodo duro e complicato ma riuscimmo a superarlo.

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Via Emilia Est (7 di 9) #lecaseneiricordi
Questa fotografia è stata la più difficile da fare perché il condominio è interno, e non si vede bene dalla strada.
Era stato scelto proprio per questo, perché non si sentiva il rumore del traffico, era tranquillo e l’appartamento era bellissimo. Ultimo piano oltre a una mansarda. Cucina, grande salone con balcone a sud, una camera, un bagno e una grande veranda chiusa sul lato interno a nord, una bella scala di legno e una grande mansarda con un altro bagno, pavimenti in legno ovunque.
Degli incoscienti muratori nel ristrutturare il bagno fecero crepare lo stucco veneziano di camera e ingresso costringendoci a mettere carta da parati per risolvere il guaio. Vi dico solo che buttarono nel water della mansarda residui di colla con cui avevano attaccato le mattonelle del bagno.
Rischiai la vita affrontando il capo cantiere nell’ascensore. Mi mise un dito sotto il mento con fare minaccioso e l’abbozzai perché ero sola e confesso di aver avuto paura. Vi ricordo che ai tempi mio marito andava a Bologna tutti i giorni…
Qui siamo stati felici, avevamo dei dirimpettai che essendo un po’ più vecchi ci chiamavano “i ragazzi’ e con i quali abbiamo legammo molto.
Rimanemmo in questa casa per 11 anni.
Venne naturale spostare anche la sede del mio studio, anche perché i miei collaboratori aumentavano e mi serviva uno spazio più grande, trovai un ufficio a poche centinaia di metri da casa. Un trasloco solo non mi bastava evidentemente.
Abitavo qui quando scoprii che la mia tiroide era impazzita e dovetti toglierla. Passai dei mesi un po’ problematici, la tiroide è il motore dell’organismo e il mio motore non funzionava più a dovere. Unica nota positiva: decisi di smettere di fumare il giorno dell’intervento e non toccai mai più una sigaretta.
Abitavo qui quando ci fu l’attentato alle Torri Gemelle.
Abitavo qui quando fui eletta nel Consiglio dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro.
Abitavo qui quando rinunciai ad essere Presidente dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro di Parma a favore di un collega.
Abitavo qui quando mio marito finalmente smise di andare a Bologna ogni giorno e si dedicò unicamente all’attività di Parma.
Ogni anno da maggio a settembre ci trasferivamo in collina a causa del caldo in un appartamento in affitto, dopo anni di pendolarismo e stanchi di tutti quei mini traslochi estivi, maturammo la decisione di andare a vivere in campagna, la ricerca di una casa che potesse fare al caso nostro però fu davvero ardua, nulla che ci piacesse veramente. Ogni casa che vedevamo aveva dei difetti. Così decidemmo di acquistare un terreno in un nuovo quartiere appena lottizzato e costruimmo la nostra casa da zero. Solo che costruire una casa richiede tempo e a noi servivano i soldi della vendita dell’appartamento dove abitavamo. Io che sono decisamente ansiosa pensai che per fare tutte le cose in tranquillità avremmo dovuto cercare una casa in affitto e traslocare per il periodo necessario a costruire la casa nuova. Sono ansiosa ma anche una delle persone più organizzate che conosco quindi, anche se può sembrare una follia fare due traslochi in pochi anni, mi parve la decisione più razionale perché avremmo potuto vendere subito l’appartamento dove vivevamo e accelerare i lavori.
Mai decisione fu più azzeccata, riuscimmo a vendere quasi subito l’appartamento ricavando ciò che avevamo previsto, dopo poco i prezzi degli immobili crollarono e saremmo stati in grande difficoltà con le spese preventivate per la costruzione.

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Casale di Felino (8 di 9) #lecasenelricordo
Questa casa, seppur temporanea mi rese felice. Era a pochi chilometri da dove sarebbe sorta la nuova casa.
Era una fetta di casa a schiera piuttosto grande disposta su 3 livelli (avevamo una marea di mobili da collocare) e aveva un piccolo giardino.
Finalmente nei week end mi sembrava di essere in ferie, uscire dalla porta di casa e trovarmi in giardino, guardare dalla finestra e vedere i campi mi dava una felicità infinita, curammo la siepe di lauro ceraso che era ammalata in modo esemplare tanto che quando ce ne andammo era rigogliosa e sanissima.
Seminammo un po’ di prato e diserbammo la parte in ghiaia dietro casa.
Gli inquilini dopo di noi in un anno hanno fatta seccare metà siepe, reso incolto il prato, e quando mi sono fermata per scattare la foto ho visto la siepe ammalata, mezza secca e dall’aspetto disordinato, il prato spelacchiato e le piante non potate.
Credo che il proprietario ci rimpianga ancora.
Ricordo che mettemmo un biglietto alla vicina di casa (che occupava la metà di casa confinante con la nostra) scusandoci anticipatamente del disagio causato dal trasloco. Lei, reduce da vicini maleducati e non certo silenziosi venne immediatamente a conoscerci come se fossimo una specie in via di estinzione.
Ci siamo subito trovati in sintonia.
Ci siamo trovati così in sintonia che ha deciso di vendere la sua casa e di costruire nel lotto accanto a noi. Siamo ancora vicine di casa.
Abbiamo famiglie per nascita e famiglie che ci scegliamo nel corso degli anni. Con lei ci siamo scelte.
Abbiamo abitato in questa casa per 3 anni e finalmente in maggio 2009 abbiamo traslocato nella nostra nuova bellissima casa affrontando l’ennesimo trasloco.

 

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(9 di 9) #lecaseneiricordi Questa casa è frutto di una vendita fatta nel momento giusto, di denaro guadagnato con fatica e di una eredità lasciata a mio marito da uno zio. Non lo zio d’America ma lo zio Giovanni che se ne è andato prematuramente aiutandoci a realizzare un sogno. Nonostante avessimo scelto un’impresa di quello che doveva essere un amico (ora ex amico), purtroppo abbiamo avuto problemi e discussioni. Mi dicono accada a tutti, ma ci ho perso quasi la salute per seguire i lavori negli ultimi tempi. La casa era stata progettata secondo il nostro gusto, una casa nuova ma con mattoni vecchi, coppi vecchi, una parte di muro di sassi ecc. Il Comune purtroppo ha imposto vincoli di lottizzazione che ci hanno impedito di farla esattamente come avremmo voluto, ma siamo riusciti comunque a costruire una bellissima casa.
Dicono che solo la seconda volta riesci ad evitare gli errori che fai nella prima. Ecco io mi sparerei piuttosto di ricominciare da capo l’avventura di costruire una casa.
Non credo che avrei la forza di affrontare di nuovo tutto quanto.
Abbiamo sbagliato qualcosa?
Forse troppi errori in un giardino troppo grande, qualche pianta sbagliata perché mal consigliati, forse una lavanderia troppo piccola, ma la coibentazione eccezionale ci permette di dormire d’estate, in piena pianura padana, con finestre chiuse e senza aria condizionata. Quasi un miracolo.
Il quartiere poi è nato a poco a poco permettendo di creare con i vicini un clima amichevole e di reciproco aiuto. Situazione davvero rara e preziosa.
Mi considero molto fortunata, ogni trasloco è stato un cambiamento in meglio. Non sempre è così, le vicissitudini della vita possono riservare sorprese. Noi abbiamo avuto tante cose negative, lutti, malattie anche gravi di chi ci era caro, incomprensioni e rotture familiari, ma il nostro rapporto nelle avversità si è consolidato anziché spezzarsi e ad ogni trasloco abbiamo migliorato condizione di vita.
Non so se dovrò traslocare ancora, mi manca solo un sogno nel cassetto: vivere in un posto anche più piccolo ma con vista sulle onde del mare.
Bisogna sempre avere un sogno. Il mio è questo.

 

Grazie se siete arrivati fino qui. Se volete condividere cose della vostra vita e delle case in cui avete abitato aspetto di leggervi, potete farlo su Instagram o su Facebook. Però usate l’hashtag #lecaseneiricordi

 

 

C’e una violenza che spesso non si vede. È la violenza psicologica. È quella violenza che si tiene nascosta che scava nell’anima e lascia ferite invisibili ma che fanno altrettanto male, che fanno spesso più male di quelle fisiche perché creano sensi di colpa come se la vittima delle violenze psicologiche si meritasse questo dolore. Sono violenza in famiglia, in coppia, sui luoghi di lavoro. Violenze quotidiane. Violenze senza fine. Occorrerebbe fare uscire dall’ombra queste situazioni perché chi ne è vittima ha un grande bisogno di aiuto. Parlatene perché parlarne è già aiuto.

Non occorre un giorno preciso per parlare di queste cose. Dobbiamo parlarne ogni giorno con chi ci è vicino, con chi incontriamo, suo social, ovunque.

(Da una idea di @lapostrofoaura su Instagram). #outoftheshadows

Siamo sommersi da password, ormai ogni sito, ogni i social, ogni app richiedono una registrazione e/o l’utilizzo di una password.

Possiamo avere la memoria migliore del mondo ma non riusciremo a ricordarle tutte, ovviamente se vogliamo stare in sicurezza, perché sono capaci tutti di usare “1234”oppure “password” che ci lasciano però a rischio assoluto, senza contare che molte registrazioni richiedono password articolate tipo: “almeno 8 lettere, maiuscole e minuscole, con caratteri speciali, oppure solo numeri, oppure geroglifici.

Insomma, abbiamo bisogno di un modo per archiviare le nostre password in modo sicuro e scriverle su un foglio non è sicuro e usare un testo di word non è sicuro.

Quindi ho ricercato una app che potesse riunire tutte le mie password dovendomi ricordare soltanto una sola password d’accesso. Ne ho provato due fra le migliori e ve le consiglio.

Sono simili ed hanno funzioni altrettanto utili. Entrambe danno la possibilità di salvare nome utente, password, eventuale sito web per accesso diretto, creare automaticamente password sicure, salvare note ecc.

L’accesso è semplice, configurabile su PC e app per il cellulare utilizzando anche la sola impronta o il face-id, danno la possibilità di backup, di utilizzare archivi diversi per la gestione delle password dei famigliari o delle password private o dell’attività lavorativa ecc.

Per avere tutte le funzioni dovrete accedere attraverso abbonamento ma vi assicuro che il costo ne vale la pena.

Eccovi le app che ho utilizzato e che vi consiglio sicuramente.

 

A volte si presentano seconde possibilità. Per noi è stato così.

Chi l’avrebbe mai detto, quando ci siamo incontrati giovanissimi e ci siamo piaciuti ma poi ci siamo lasciati perché probabilmente non era il momento di costruire una relazione seria e duratura, che oggi saremmo stati qui a guardarci negli occhi e a festeggiare 25 anni di matrimonio?

Chi l’avrebbe immaginato che, nonostante entrambi avessimo deciso di sposare altre persone, ci saremmo incontrati di nuovo liberi e pronti finalmente per una relazione stabile?

Quale destino ha deciso di farci incontrare per strada mentre uscivo dall’avvocato che stava curando la mia separazione?

Credo che siano state le difficoltà della vita, che ci siamo trovati ad affrontare all’inizio della nostra “seconda possibilità”, che ci hanno fatto capire che potevamo andare avanti senza paura.

Io appoggio te, tu appoggi me. La forza che passa dall’uno all’altro in caso di necessità, un fluido invisibile ma potente.

La ricetta per riuscire in questa impresa? Tanta maturità,  condivisione, rispetto, compromessi, scontri, passi avanti, passi indietro, accettazione, complicità, affetto immenso.

La voglia di raccontarci ancora, di tenerci per mano per strada, di baciarci e abbracciarci anche in pubblico, di scherzare come bambini, di sopportare i nostri difetti, di condividere le cose importanti della vita.

Io tutto ieri, tu tutto domani, ma forse ce la facciamo a fare qualcosa oggi. Due teste dure che non ci siamo ancora rotte. Eppure non riesco ad immaginare la vita senza di te.

25 anni di matrimonio. Un altro numero da aggiungere alla nostra storia.

Ora vengo a sussurrarti in un orecchio se ti va di andare avanti ancora a cercare un altro traguardo.

Auguri amore mio.

 

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Ho letto anche altre cose più tecniche e meno interessanti per voi, quindi farò una mini recensione di quelli che potreste trovare interessanti:

 

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La mia “recensione” di questo libro è piuttosto inutile perché di certo l’avrete già letto tutti sarò quindi breve.

Mi è piaciuto? Ni

E’ un libro scorrevole, tocca argomenti e problematiche importanti senza mai eccedere.

Però se devo essere sincera non mi ha entusiasmato, sembra un po’ troppo costruito, come se i sentimenti da suscitare nei lettori siano comandati a distanza.

Però leggetelo, se già non lo avete fatto, perché merita di essere letto, senza ombra di dubbio, la protagonista è straordinaria, originale e mostra i suoi problemi poco a poco e il modo in cui è riuscita a tenere sotto controllo i drammi della sua vita è incredibile.

 

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E’ un libro strano, eccessivo, ma plausibile.

La famiglia perfetta, quella da mulino bianco, analizzata, smembrata da sentimenti e segreti mai confessati, come se il castello di carte costruito da padre, madre e figli, anziché fatto cadere di colpo venisse smantellato una carta alla volta.

Dramma psicologico interessante che sicuramente vi terrà incollati fino alla fine.

Vorrete sapere come andrà a finire… ecco appunto, come andrà a finire?

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Questo libro mi è piaciuto moltissimo.

Amo i triller e questo lo è. Amo le sorprese e qui ci sono.

C’è l’amore, i sentimenti, il tradimento, il mistero, la follia.

Troverete anche un pizzico di soprannaturale che condisce la storia e la rende possibile.

I protagonisti tratteggiati con giusta precisione, il mistero che accompagna la storia passo passo senza essere svelato fino alla fine.
I sentimenti descritti con maestria e il “buono” e “cattivo” che si confondono lasciandovi spiazzati.

Se vi piace il genere, leggetelo subito, non lo lascerete fino alla fine.

Buona lettura!

 

 

 

Credo di essermi rotta.

Come se qualcosa di robusto, tenuto insieme per tanti anni dalla sua tempra, si fosse spezzato e fosse stato riparato con qualche colla speciale per durare tanti anni ancora ma ormai nemmeno quella colla bastasse più a tenerne insieme i pezzi.

Credo di essere stata forgiata con il miglior materiale possibile e poi temprata con anni di autodisciplina per sopravvivere ad eventi e mancanze che mi hanno accompagnato da sempre.

Chiunque mi conosca può testimoniare la mia capacità di autosufficienza, organizzativa e interventista in ogni situazione, la mia capacità di dare aiuto quando serve, di essere forte al momento giusto.

Ecco mi sono stancata di essere forte, sono stanca di indossare il mio sorriso ogni giorno, quel sorriso che mi sono portata appresso anche quando di sorridere non avevo davvero voglia ma è quel sorriso che spesso ha fatto stare meglio qualcuno oppure ha fatto dimenticare qualche problema oppure ancora ha predisposto gli altri in modo positivo nei miei confronti.

Un sorriso che è il mio biglietto da visita ma che spesso ha mascherato il dolore, la paura, la tristezza.

Sono stanca, anche fisicamente, ma non solo fisicamente e sto qui seduta a chiedermi se ho mai incontrato nella mia vita qualcuno che potrebbe fare per me quello che ho fatto per gli altri a parte l’uomo che ha deciso di starmi a fianco e che conosce le mie debolezze.

Ho sempre dato di me l’impressione di una donna indipendente e infallibile, capace di qualunque cosa, ma dentro ho combattuto battaglie infinite, notti insonni, attacchi di panico, ogni tipo di paura.

So anche di non essere l’unica donna a comportarsi in questo modo, donne Alpha le chiamano, quelle determinate, quelle che hanno combattuto per affermarsi, sicure del loro valore, responsabili di ogni loro azione.

Credo ormai di aver usato tutto il carburante e di essere rimasta a secco nello sforzo di andare sempre a mille e non fare mai pesare i miei problemi sugli altri, perché chi è abituato ad aiutare sempre non ha mai imparato a chiedere aiuto.

Purtroppo tutti abbiamo bisogno di qualcuno, tutti abbiamo bisogno di aiuto.

Purtroppo gli altri, con i loro atteggiamenti, possono farci male, molto male, anche se non lo mostriamo quasi mai.

Credo che d’ora in poi permetterò alle persone di vedere le mie ferite e forse sarà visibile la mia vulnerabilità che ho sempre tenuto nascosta.

Non smetterò di aiutare gli altri e di essere forte, perché ormai è la mia vita, ma non permetterò più alle persone di ferirmi senza capire quanto male mi fanno e soprattutto mi allontanerò dalle persone che, nonostante abbiano vissuto il mio dolore perché io stessa più volte glielo ho mostrato, hanno fatto finta di nulla perché era più comodo così, perché era più comodo usarmi.

Cercherò un collante che mi rimetta insieme, che mi permetta di stare in piedi in modo autonomo ma contemporaneamente impedisca agli altri di spezzarmi ancora.

Me lo devo.

 

Oggi l’appiglio per parlare di donne violentate la fornisce una sentenza che parla di ubriachezza e mancata aggravante perché la donna violentata non è stata fatta ubriacare dal suo violentatore ma si è ubriacata autonomamente e quindi deve rispondere della sua stoltezza.

il solito “Se l’è cercata” 

Personalmente ritengo che il punto non sia il giudice che ha correttamente applicato la legge in questa sentenza, che il punto non sia il modo in cui è stata riportata la notizia dai media, come sempre in modo sensazionalistico ma spesso fuorviante.

Il problema è invece il fatto che si possano applicare aggravanti se uno ha fatto o non fatto ubriacare una donna e poi l’abbia violentata o se la donna abbia indossato la minigonna o un paio di jeans o se abbia gridato forte il suo NO e abbia o meno usato le unghie per difendersi.

Purtroppo si dovrebbe solo prendere in considerazione lo stupro come tale e punirlo con una pena molto alta e senza se o senza ma.

Questo è il mio pensiero. E invece c’è sempre il sottinteso “se l’è cercata”.

Se l’è cercata vestendosi in un certo modo o bevendo troppo. Non ne usciremo mai.

In giugno, complice anche la settimana di “detox social”, ho finalmente ricominciato a leggere come facevo una volta. Sono sempre stata una divoratrice di libri e solo il tempo perso sui social ha rallentato il tempo dedicato a questo hobby stupendo che è la lettura.
Alcuni di questi libri sono stati acquistati o scaricati sul mio fedele Kindle a seguito delle recensioni di @tegamini (Francesca Crescentini) attraverso la sua rubrica #LibriniTegamini che vi consiglio di seguire su instagram o sul suo blog  e che ringrazio per i continui ed interessanti spunti che ci regala.

Di seguito una breve recensione dei libri che ho letto che, come vedrete, sono quasi tutti del mio genere preferito: romanzo avventuroso, thriller.

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John Grisham è uno dei miei autori preferiti in assoluto quindi è veramente difficile che un suo libro non mi piaccia.

In questo libro si parla di furto di opere d’arte e di ricettazione. L’affascinante figura di Bruce Cable che ha una vera passione per i libri antichi e i manoscritti rari potrebbe nascondere nella sua libreria i manoscritti rubati? Una giovane scrittrice verrà “ingaggiata” per scoprirlo.
Libro che stranamente si allontana dalle storie a cui Grisham ci ha abituato. Meno incalzante ma più romanzato. Comunque piacevole.

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Ho letto il libro di Sara Gazzini, conosciuta sui social che giaceva da un po’ in attesa. Il libro parla di un gruppo di donne che si incontrano in un seminterrato e parlano delle loro esperienze come se fosse un incontro degli alcolisti anonimi. Una terapia di gruppo organizzata da una terapista che cerca di aiutare le 8 donne riunite perché anche la loro è una forma di dipendenza, quella degli incontri sui social, delle notifiche di whatsapp, degli amori sbagliati, dei cuori infranti.  Se frequentate i social vi basterà un attimo per immergervi nei loro pensieri ma anche se non li frequentate perché i problemi d’amore in fondo sono comuni a tutte… terapista compresa.

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Questo libro è tanto irreale quanto appassionante. Due sorelle e uno zio invalido vivono in una grande casa in apparente felicità occupandosi di giardinaggio e cucina.
Vivono isolati e da subito si capisce che sono ciò che resta di una famiglia quasi completamente sterminata durante un pranzo, alcuni anni prima, a causa di un avvelenamento collettivo.
L’ingresso nella storia e nella vita di queste tre persone di un cugino sconvolgerà la pace e porterà ad eventi sconvolgenti.
La descrizione dei luoghi e delle persone coinvolte è veramente appassionante e non smetterete di leggerlo fino all’epilogo finale.

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Premonizioni, avvertimenti che gli animali del bosco portano agli abitanti di questo paese che hanno una caratteristica comune: si sentono tutti scrittori. Così quando un editore entrerà in paese promettendo un premio letterario la vita del paese sarà sconvolta. Sarà forse che l’estraneo è il diavolo in persona?
Il libro si legge velocemente e ha il ritmo di un thriller.  Godibilissimo.

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Di nuovo Grisham. In questo libro tre studenti iscritti alla scuola di legge si ribellano al sistema e cercano di liberarsi dei debiti contratti per poter studiare in una scuola peraltro mediocre e con l’intento di smascherare la truffa che sta dietro a questi prestiti concessi agli studenti, decidono di non portare a termine gli studi e fingono di essere già avvocati abilitati. Ovviamente il loro cammino nella illegalità sarà complicato, molto rischioso e pieno di colpi di scena. Ce la faranno?
Da leggere tutto d’un fiato.

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Non leggete questo libro se avete paura delle streghe. Un intero paese è da secoli “prigioniero” di una maledizione. La strega che appare random lungo le strade o nelle case è ben conosciuta dagli abitanti del paese. Non si può parlare di lei, non si può allontanarsi dalla città, non si può far sapere agli estranei la storia della strega. Una tacita forma di rispetto per questo fenomeno soprannaturale che verrà sconvolto da azioni di disturbo perpetrate inizialmente da ragazzini del luogo che vogliono ribellarsi a queste imposizioni.
In un crescendo di avvenimenti e di orrore il lettore verrà portato verso la fine del libro e degli eventi trattenendo il respiro.
Se amate il genere vi assicuro che è strepitoso.

IMG_1172I personaggi di questo libro giallo, ambientato nel 1920, ruotano attorno alla morte improvvisa, violenta e misteriosa dell’infermiera Florence Nightingale e alle vicende della diciottenne Louisa Cannion che si butta giù dal treno in corsa per sfuggire a uno zio pericoloso che intende pagare i propri debiti offrendo i “servigi” della nipote a uomini privi di scrupoli. Louisa riesce a farsi assumere in una famiglia più che benestante come istitutrice e insieme a Guy della polizia ferroviaria, che l’ha soccorsa in stazione, cercherà di districare il complicato rebus legato all’assassinio avvenuto sul treno.
La storia è ispirata al vero omicidio mai risolto di Florence Nightingale.

Buona lettura.

Volevo parlarvi di un argomento che mi sta molto a cuore ma al quale spesso non si pensa, ovvero il dolore invisibile.

In questo momento non mi riferisco al dolore psicologico che merita un capitolo a parte e nemmeno al dolore di violenze domestiche che è tema molto delicato e che non posso trattare io (per fortuna).

Mi riferisco unicamente al dolore fisico.

Ci sono molte persone che convivono con il dolore fisico, perche hanno una malattia autoimmune oppure per malattie diverse più o meno gravi e non sempre, il loro dolore, può essere tenuto sotto controllo.

Questo non vuole essere un post di aiuto a queste persone perché purtroppo non ho nessuna soluzione per loro che non sia di rivolgersi ai medici di competenza per ogni patologia.
Questo post invece e diretto a chi fortunatamente questi problemi non ha perché possa comprendere alcuni concetti ed essere di aiuto e comprensione a chi invece convive con il dolore fisico.

Chi ha problemi cronici che gli causano dolore fisico vive una vita quasi normale, esce, fa spesa, va al lavoro, esce con gli amici, va in vacanza, fa viaggi ma con uno sforzo personale a volte insormontabile, ciò che per una persona comune è infatti normale per chi soffre di queste patologie molte attività quotidiane richiedono l’energia di scalare una montagna.
A volte assumono farmaci invasivi, che spesso modificano il loro corpo oppure sono poco tollerati creando effetti collaterali fastidiosi.

Queste persone avranno bisogno di momenti di riposo che risulteranno incomprensibili, non sempre riusciranno a fare attività fisica, una passeggiata, una sezione in palestra senza poi dover prendere una analgesico o recuperare con riposo forzato nei giorni successivi.
Queste persone hanno solo bisogno di comprensione e di aiuto ma spesso non lo chiederanno per vergogna o per riservatezza se non fate parte della loro vita quotidiana.

Quindi ricordate che il dolore non è un tatuaggio ne una luce che si accende in fronte, ma è un problema silente e invisibile. Non tutti hanno il lamento facile e potrebbero essere accanto a voi, lavorare con voi, viaggiare in autobus con voi essere in coda al supermercato senza che voi lo sappiate.

Quindi armatevi di pazienza e di comprensione per chiunque vi sembri diverso da voi perché potrebbe far parte della schiera innumerevole di vittime del dolore cronico.

Non sempre un sorriso stampato in volto significa felicità ma la cosa più comoda da indossare per nascondere il proprio difficile quotidiano.

 

 

 

 

Il disagio delle persone che frequentano i Social (di cui vi agevolo campionatura) è la presa in giro alla Ferragni solo perché posta due foto scrivendo “Always with me”

Da quella che la rimprovera per non essersi struccata la sera prima (ma davvero davvero??) a quelli che sostengono che il bambino sia sempre con la Baby Sitter a chi le fa la paternale perché mostra il figlio, a chi vorrebbe invece immagini del “vomitino” di Leo o immagini di Chiara mentre cambia un pannolino magari con la prova che Leo fa la cacca come tutti i bambini.
Ma davvero?! Ma davvero davvero?
Questa ragazza e circondata da parenti e certo può permettersi una baby sitter perché mai dovrebbe fare la vita che qualcuno vorrebbe lei vivesse?
Ovvero mostrarsi in vestaglia, sfatta, struccata, alle prese con il vomito e il pianto di suo figlio, magari anche in preda, perché no, di un po’ depressione post partum?
Beata lei se ha un aiuto, beata lei se ha un fisico che è tornato in forma in tempi incredibilmente brevi.
È ovvio che ci fa vedere i momenti migliori. Perché questa critica?
Perché infierire su una ragazza che ha la fortuna di potersi dedicare al suo lavoro senza annullarsi?
Tante battaglie sulla libertà della donna, contro la discriminazione che la donna subisce a causa della gravidanza, battaglie per dimostrare che la gravidanza non è una malattia e poi se qualcuna dimostra che la gravidanza non è una malattia, se hai la possibilità di essere aiutata, ecco che la stronchiamo.
Quanto livore, quanta tristezza.
Io non capisco. Davvero.